martedì 21 settembre 2010

MA QUALE CAVALIERE MANCO STALLIERE

In quale altra nazione può esistere un simile personaggio, abbindolatore di fessi e di creduloni, la sua storia è lastricata di bugie, fandonie, quando non addirittura di falsità, corruzione, evasione fiscale, menzogna e falso, ce n'è abbastanza per poterlo annoverare fra i più grossi cialtroni ed imbonitori della storia nostrana, quando cesserà di fare del male al nostro paese ne avremmo tutti da guadagnare qualcosa, eccetto per quelli che la pensano come lui e come lui hanno finora agito, generando quel profondo baratro che finirà per risucchiare tutto.

Cavaliere, ci dica se la legge è uguale per tutti
di GIUSEPPE D'AVANZO



Cavaliere, ci dica se la legge è uguale per tutti

DUNQUE, martedì prossimo Silvio Berlusconi è atteso in Parlamento per un discorso che i suoi desiderano sia addirittura memorabile. Che cosa si intende per "memorabile"? Quando e come le parole di un uomo di Stato diventano storiche? Vediamo.

Si sa che il premier, nel suo intervento, illustrerà i cinque punti programmatici (giustizia, Mezzogiorno, fisco, federalismo e sicurezza) per rilanciare la corsa di un governo a corto di fiato. Berlusconi chiederà ai suoi alleati ostili (Fini) o delusi (Lega) di sottoscrivere intorno alle cinque questioni un "patto" per concludere la legislatura con un decoroso rispetto delle urgenze del Paese e degli impegni elettorali.
L'iniziativa può avere due esiti. Il primo, miserello. Berlusconi si accontenta di una risicata maggioranza che certifichi la sopravvivenza del suo governo e - insieme - la morte di ogni autarchia della sua leadership, costretta in una condizione di minorità politica a mendicare - di volta in volta - il consenso di Bossi, l'approvazione di Tremonti, la non belligeranza di Fini e il benestare finanche del governatore siciliano Raffaele Lombardo, di Storace, dei transfughi dell'Udc. Una pietosa baraonda senza futuro.

Il secondo approdo, imprevedibilissimo, è nello stile del signore di Arcore che, figlio viziato della politica della Prima Repubblica, si è inventato campione dell'antipolitica nella Seconda Repubblica (qualsiasi cosa questa formula significhi). Minorità? Autonomia limitata? Vaniloquio, cicaleccio di politici di professione - lo immaginiamo dire ai suoi - posso farne a meno di queste preoccupazioni ché sono capace di scrivere l'agenda dell'attenzione pubblica come voglio e quando voglio; ché la mia leadership non dipende dalle manovre romane - me ne fotto - ma dal rapporto diretto - che ho - con il popolo, con i suoi umori che sapientemente posso mescolare e maneggiare. Qualcuno pensa che non sia più in grado di farlo?

Le sabbie mobili
Si fa fatica a credere che Berlusconi, a un passo dal suo traguardo (la corsa al Quirinale), si accontenti di vivacchiare mediocremente fino a quando Fini sarà pronto con il suo nuovo partito o magari, per qualche seggiola in meno o finanziamento caduto, Lombardo o per dire un Cuffaro spengano le macchine che tengono in vita il governo. È più probabile che, come gli consigliano, Berlusconi provi la posa dello "statista" (è accaduto una sola volta il 25 aprile 2009 a Onna nel giorno del ricordo della Resistenza). È plausibile che egli tenti di tirarsi fuori dalle sabbie mobili che lo stanno inghiottendo con un'invenzione che "generi la politica dall'antipolitica, l'ordine dal caos".

Certo, può accadere anche questo, anche questa volta. Berlusconi ha dato in questi sedici anni prova di come possa governare il Barnum italiano con la frusta, con il sorriso, con una menzogna strepitosa, con la pura energia della sua teatralità, con lo sciagurato favore di un'opposizione inconcludente fino allo sconforto, ma il passaggio che il presidente del Consiglio affronterà tra una settimana appare finale perché questa volta - e in modo definitivo - pare in discussione lo stesso "contratto emotivo" che il popolo della destra ha sottoscritto identificandosi in lui, rappresentandosi in lui più che essere da lui rappresentato.

In questa curva dell'avventura berlusconiana, appare in gioco la "forza del sogno" che il Cavaliere ha indotto da tre lustri nel metabolismo sociale del Paese alimentando l'illusione, come è stato detto, di una potenza individuale e di gruppo, di una felicità e un benessere possibile, raggiungibile da chiunque, per chiunque a portata di mano se fossero stati gettati per aria - come egli prometteva - alcuni ostacoli: i "comunisti", i migranti, l'informazione, il sindacato, i magistrati, la Rai pubblica, la cultura "giustizialista", il fisco, la Costituzione... Bene, la maggioranza elettorale degli italiani ha creduto nell'Italia che aveva in mente ("Vi dico che possiamo, vi dico che dobbiamo costruire insieme un nuovo miracolo italiano"). Gli hanno detto: fallo, facci felici. Gli hanno consegnato in tre occasioni (1994, 2001, 2008) le chiavi del Palazzo e che cosa gli hanno visto combinare? Pochissimo. Quasi nulla. Quasi niente.

L'uomo del fare
L'uomo del fare, oculatissimo a coltivare il suo particulare, si è dimostrato un incapace quando i beni sono collettivi e gli affari pubblici. Nessuna delle strettoie che, nello schema illusorio di Berlusconi, ci trattengono sulla soglia della prosperità è stato mai rimosso con le riforme promesse. Nessuno. Nonostante le magie manipolatorie, chiunque ha potuto rendersi conto - anche i mafiosi di lui dicono: Iddu pensa solu a iddu - che in questi anni Berlusconi ha avuto una sola bussola: la sua tutela personale, la protezione della sua roba e quindi, soprattutto, l'assoluta necessità di evitare i processi che lo coinvolgono. Una dopo l'altra, le legislature vengono e vanno, quale che sia la forza della maggioranza che lo sostiene, in estenuanti fatiche parlamentari che devono assicurargli l'impunità.

Una gigantesca macchina politico, giudiziaria, mediatica ferma nel tempo, che divora ogni cosa, ogni altro problema, argomento, intelligenza, dibattito, cancellando il presente e le priorità del Paese. Ce n'è una sola, nel mondo dell'Egoarca: il suo destino minacciato dall'opacità dei comportamenti che ne hanno fatto un tycoon. È dal passato che l'Egoarca si deve proteggere. È una coazione a ripetere che conferma le ragioni originarie della corsa politica di Berlusconi. Non ci sono state nascoste, in verità. Ce le ha spiegate per tempo Fedele Confalonieri quali fossero: "La verità è che, se Berlusconi non fosse entrato in politica, se non avesse fondato Forza Italia, noi oggi saremo sotto un ponte o in galera. Col cavolo che portavamo a casa il proscioglimento nel "lodo Mondadori"" (Repubblica, 25 giugno 2000). Ancora più recentemente, Confalonieri ripete: "Le leggi ad personam? Le fa per proteggersi. Se non fai le leggi ad personam vai dentro" (La Stampa, 2 novembre 2009).
Siamo esattamente - oggi - nello stesso punto dove la storia è cominciata sedici anni fa. Ieri come oggi, il primo e solo punto dell'agenda politica del Cavaliere è combinarsi un'impunità tombale. Lo svela, nella demoralizzazione cinica dei più, un altro turiferario delle cerimonie di Arcore: "Adesso và a spiegare alla gente che buona parte del gigantesco casino in cui si trova la politica italiana dipende dalle decisioni della Corte costituzionale". (Bruno Vespa, Panorama, 16 settembre 2010).

Rapido riepilogo per chi avesse perduto qualche battuta. Il 14 dicembre la Consulta decide se la legge del legittimo impedimento può vivere o è costituzionalmente nata morta. Quella legge che protegge l'Egoarca dai giudici per diciotto mesi dovrebbe dargli respiro e consentire di imporre al Parlamento una nuova legge immunitaria questa volta costituzionale, dopo gli scarabocchi ("lodi") di Schifani e Alfano. Naturalmente, Berlusconi non si fida né dei giudici costituzionali né dei parlamentari ed è già al lavoro con i suoi azzeccagarbugli per scavare trincee e alzare muri che possano fermare la mano del giudice. Un nuovo intervento sulla prescrizione. Il divieto di utilizzare sentenze passate in giudicato. Una nuova legge sul legittimo impedimento che possa indurre la Corte a rinviare, il 14 dicembre, ogni pronunciamento. Una nuova legge costituzionale che egli conta di far approvare in doppia lettura entro l'aprile del 2011 prima di contarsi con un referendum confermativo (sempre che l'opposizione, complice o intontita, scandalosamente non l'approvi). Una "road map" - come la chiamano allegramente - che impegnerà da oggi e per un anno il Parlamento, il confronto tra i partiti, l'opinione pubblica e i media, l'intero discorso pubblico.

Da questo punto di vista, il "gigantesco casino in cui si trova la politica italiana" è meno ingarbugliato di come pretendono di raccontarcelo. Se non ci si lascia ingabbiare da ipocrisie anestetiche e tartufismi, la sola questione che ha l'interesse di Berlusconi - tra le cinque che egli proporrà tra una settimana al Parlamento, chiedendo un voto di fiducia - è la giustizia. Non la giustizia di tutti, la giustizia per tutti, ma la giustizia che riguarda da vicino lui, che preoccupa personalmente lui, che minaccia la di lui preziosissima roba. Nessuna sorpresa. Berlusconi è esattamente questo: è potere statale che, senza scrupoli e apertamente, protegge se stesso e i suoi interessi economici. È una rotta sempre più problematica in un'Italia infelice con un prodotto interno congelato, una ripresa lentissima, il debito pubblico in aumento, l'occupazione ancora in ribasso, le entrate dello Stato in flessione a petto di un'evasione fiscale che tocca tetti mai sfiorati in un deserto di politiche pubbliche a favore del lavoro, delle imprese, delle famiglie, del Mezzogiorno disgraziatissimo. È questa contraddizione - l'intera vita parlamentare assorbita dalle urgenze del Capo e non dai bisogni del Paese - che può decidere il collasso della "forza del sogno", la rescissione di quel "contratto emotivo" che ha reso vincente il Cavaliere di Arcore. Anche perché quel che Berlusconi teme soprattutto è il cosiddetto "processo Mills" che è un processo assai rivelatore.

Il mito e la realtà
Breve memento per gli smemorati. Con il coinvolgimento "diretto e personale" del Cavaliere, l'avvocato inglese David Mills dà vita alle "64 società estere offshore del group B very discreet della Fininvest". Le gestisce per conto e nell'interesse di Berlusconi e, in due occasioni (processi a Craxi e alle "fiamme gialle" corrotte), Mills mente in aula per tener lontano il Cavaliere da quella galassia di cui l'avvocato inglese si attribuisce la paternità ricevendone in cambio da Berlusconi "somme di denaro, estranee alle sue parcelle professionali" che lo ricompensano della testimonianza truccata. Questa storia non è più aperta soltanto al sospetto, come si dice. È un complesso di fatti coerente, dotato di senso che illumina chi è Berlusconi; quali sono i suoi metodi. Si comprende con quali pratiche fraudolente, sia nato l'impero del Biscione. All Iberian è stato lo strumento voluto e adoperato dal Cavaliere, il canale oscuro del suo successo.

Anche qui bisogna rianimare, per l'ennesima volta, qualche ricordo. Lungo i sentieri del "group B very discreet della Fininvest" transitano quasi mille miliardi di lire di fondi neri; i 21 miliardi che ricompensano Bettino Craxi per l'approvazione della legge Mammì; i 91 miliardi destinati non si sa a chi mentre, in Parlamento, è in discussione la legge Mammì. In quelle società è occultata la proprietà abusiva di Tele+ (viola le norme antitrust italiane, per nasconderla furono corrotte le "fiamme gialle"); il controllo illegale dell'86 per cento di Telecinco (in disprezzo delle leggi spagnole); l'acquisto fittizio di azioni per conto del tycoon Leo Kirch contrario alle leggi antitrust tedesche. Da quelle società si muovono le risorse destinate poi da Cesare Previti alla corruzione dei giudici di Roma (assicurano al Cavaliere il controllo della Mondadori); gli acquisti di pacchetti azionari che, in violazione delle regole di mercato, favoriscono le scalate a Standa e Rinascente. La sentenza della Cassazione (che cancella per prescrizione la condanna di Mills confermandone i trucchi della testimonianza e la corruzione) documenta che, al fondo della fortuna del premier, ci sono evasione fiscale e bilanci taroccati, c'è la corruzione della politica, delle burocrazie della sicurezza, di giudici e testimoni; la manipolazione delle leggi che regolano il mercato e il risparmio in Italia e in Europa.

La sentenza conferma non solo che Berlusconi è stato il corruttore di Mills, ma che la mitologia dell'homo faber ha il suo fondamento nel malaffare, nell'illegalità, nella corruzione della Prima Repubblica. Consapevole di quanto questo ritratto di se stesso sospeso nella narrazione di David Mills contraddica la scintillante immagine del tycoon sempre vincente per genio fino ad umiliarne l'ideologia (è il mio trionfo personale che mi assegna il diritto di governare, sono le mie ricchezze la garanzia dell'infallibilità della mia politica), Berlusconi ha dovuto scavare tra sé e il suo passato un solco che lo allontanasse dall'ombra di quell'avvocato inglese. Questa necessità gli è stata sempre chiara negli ultimi dieci anni. Cosciente che se fosse prevalso il Berlusconi scorto nella trama svelata da David Mills, la sua avventura politica sarebbe apparsa il patetico sogno di grandezza di un briccone, in definitiva di un pover'uomo melodrammatico che vuole soltanto farla franca, il Cavaliere ha mentito a gola piena scommettendo però, in pubblico, la sua testa. "Ho dichiarato pubblicamente, nella mia qualità di leader politico responsabile quindi di fronte agli elettori, che di questa All Iberian non conosco neppure l'esistenza. Sfido chiunque a dimostrare il contrario" (Ansa, 23 novembre 1999). "Non conosco David Mills, lo giuro sui miei cinque figli. Se fosse vero, mi ritirerei dalla vita politica, lascerei l'Italia" (Ansa, 20 giugno 2008).

Bugiardo, corruttore, spergiuro anche quando fa voto della "testa dei suoi figli". Sono panni che non può indossare. Per non indossarli è disposto anche a farsi imbozzolare in una minorità politica, anche a tenere fermo il Paese - per un altro intero e lungo anno - nella palude del suo interesse personale ingaggiando, in nome della solita falsa rivoluzione, un nuovo scontro con la democrazia parlamentare, gli organi di garanzia costituzionale, con gli stessi principi della Carta, legge delle leggi.

La legge è uguale per tutti?
È per tirarlo fuori da questo labirinto che i consiglieri più accorti spingono il premier a fare del suo intervento del 28 settembre un discorso memorabile, "da statista". Hanno ragione, se non preparano le consuete fumisterie da fiera peronista. Noi crediamo - e lo diciamo anche con la convinzione del nostro disincanto - che ci sia un solo modo concreto e credibile, per Berlusconi, di dimostrarsi all'altezza della ambizione e responsabilità pubblica. Difenda il suo onore, la sua storia, la verità dei suoi giuramenti. Accetti di dimostrare nel solo luogo appropriato - il processo - l'irreprensibilità delle sue condotte e della sua fortuna. Eserciti in quel luogo - l'aula di un tribunale - i diritti della difesa. Le procedure proteggono quei diritti e a Berlusconi, sostiene, gli argomenti per farlo non mancano. Lo faccia. Martedì prossimo in Parlamento il presidente del Consiglio rivendichi di essere cittadino tra i cittadini con gli stessi diritti e gli stessi doveri di chiunque. Reclami - egli - l'uguaglianza dei cittadini dinanzi alla legge e chieda di essere processato a Milano senza alcuno scudo, impedimento, immunità. Metta da parte le sue personali preoccupazioni per lasciare libera la politica - il governo, il Parlamento - di affrontare le inquietudini degli italiani e le difficoltà del Paese. L'Italia ha dato tanto a Berlusconi, è giunto il tempo che Berlusconi dia qualcosa all'Italia che non sia una legge ad personam. Presidente, vuole dire - e finalmente dimostrare - che la legge in Italia è davvero uguale per tutti?

(21 settembre 2010)

venerdì 10 settembre 2010

Fini.... mondo


Tratto dal Blog di Tranfaglia

Da Mirabello a Torino

Scritto il 10 settembre 2010 in Il Fatto Quotidiano


Chi l'avrebbe detto che un leader politico dell'Italia contemporanea come Gianfranco Fini, da trent'anni presente in parlamento, facesse un discorso di radicale condanna dell'avventura a cui ha partecipato per diciassette anni con un ruolo tutt'altro che trascurabile e stilasse una condanna senza appello per Berlusconi e ancor di più per il sistema che il cavaliere di Arcore ha creato e consolidato in questi anni?
Nessuno avrebbe potuto prevederlo. E chi ha ascoltato con attenzione il suo discorso di Mirabello ha creduto più volte di non credere alle sue orecchie.

La gestione del Popolo della Libertà che è stato fondato da Berlusconi e dallo stesso Fini non più tardi di due anni fa è stato definita come emergente dalle "pagine del peggior stalinismo". La leadership del cavaliere è stata giudicata espressione di uno "spirito proprietario" che confonde la gratitudine con il divieto di avanzare critiche. I telegiornali che risalgono al presidente del Consiglio e sono ahimè la grande maggioranza con assai scarse eccezioni(tra le quali si segnala inopinatamente quello diretto da Mentana sulla 7), ricorda Fini, "sembrano essere fotocopie dei fogli di ordine del PDL. E si potrebbe continuare a lungo segnalando "la campagna infame", attribuita a ragione a il Giornale e a Libero, ambedue considerati i giornali della famiglia Berlusconi che continuano da molti mesi una campagna martellante sulla casa a Montecarlo di Gianfranco Fini, senza pensare neppure per un momento che assai di più e di più grave bisognerebbe dire (se fossero giornali degni di questo nome) per la P2 e il P3, per gli affari della "cricca" e la gestione del terremoto dell'Aquila che vedono al centro imprenditori legati a ministri del governo Berlusconi, ad altri funzionari dello Stato come della Protezione Civile.

Il presidente della Camera ha demolito le fragili difese del sogno berlusconiano indicando, con attacchi precisi, i metodi antidemocratici che reggono il sistema, la mancanza di una politica economica e industriale preoccupata dei giovani,la resistenza pervicace a modificare il sistema elettorale(rispetto al quale Fini ha pur dovuto ricordare di essere stato tra gli autori ma di cui ormai appare pentito).
E così via, preoccupato a non provocare la scintilla dell'incidente, ma, nello stesso tempo, determinato a non concedere nulla e a rivendicare una collaborazione continua anche se conflittuale con quella parte di PDL che, grazie al tradimento di molti suoi colonnelli di Alleanza Nazionale, continua ad occupare i posti decisivi nella maggioranza parlamentare come nel governo Berlusconi.
Un discorso quello di Fini che ha indicato con chiarezza le ambizioni di leadeship dell'ex segretario di Alleanza Nazionale e prima ancora del Movimento Sociale ma che non ha risposto a quel che farà d'ora in poi.

Era del resto assai difficile farlo senza arrivare a una rottura completa, e per così dire pregiudiziale, con il suo antagonista di centro-destra, provocando così lui quelle elezioni che Bossi e Berlusconi desiderano fortemente ma che hanno difficoltà a proclamare apertamente per il timore delle reazioni popolari, come dei poteri forti(a cominciare dalla Confindustria) a cui hanno bisogno di essere legati. Resta il fatto, evidente dopo la giornata di ieri, che la crisi del governo Berlusconi è ormai inevitabile e che sarà difficile andare avanti molto tempo ancora nella legislatura.

Fini può dire ancora una volta che intende mantenere il patto elettorale e che il gruppo parlamentare Futuro e Libertà voterà in maniera disciplinata e costante la fiducia richiesta dall'esecutivo ma sarà fatale che, di fronte a provvedimenti che mettono in gioco la legalità,i principi fondamentali del dettato costituzionale ma anche la politica economica e sociale, le strade si divideranno e quello che aspira a diventare la "nuova destra" passerà all'opposizione del berlusconismo. Del resto è questa la prova decisiva che attende il leader di Mirabello con la sua pattuglia di militanti e di parlamentari.O si salta davvero il Rubicone o il dramma diventa una farsa e muore la speranza tra i giovani di destra che lo seguono e gli italiani che magari restano a sinistra ma sanno di dover guardare con rispetto e interesse a una destra finalmente democratica ed europea.

Ma questi sono giorni che segnano la fine della sedicesima legislatura ed è per molti aspetti che anche il centro-sinistra ne sia investito perfino nei luoghi che la festa nazionale del Partito Democratico ha indetto a Torino,una delle città italiane nelle quali il pci esercitò per molti anni la sua indiscussa egemonia nei primi quarant'anni dell'Italia repubblicana.
Così è accaduto che, dopo i fischi di due giorni fa al presidente del Senato Schifani che molti giornali si sono affrettati a definire come atti di squadrismo quando, in realtà, il senatore del PDL era riuscito dopo le contestazioni verbali a raggiungere senza danni l'uscita e ritornare ai suoi quotidiani incontri con il leader del "populismo autoritario",la contestazione è divenuta violenta e si è tradotta nel lancio di un fumogeno che ha raggiunto direttamente il segretario generale della CISL Bonanni che ha dovuto rinunciare del tutto al dibattito.

Tra i contestatori c'erano i militanti dei centri sociali di Torino ma anche operai esasperati dalla presenza alla Festa
di avversari politici del centro-sinistra e schierati più o meno apertamente con la destra italiana. Certo, la violenza è inaccettabile in ogni sede e ancora di più all'interno di una Festa di partito che è, per definizione, luogo di dibattito e di confronto tra forze politiche e sindacali. In questo senso c'è da chiedersi, come ha fatto il segretario del Partito Democratico, Bersani, se non ci siano stati, anche da parte delle forze dell'ordine, errori e incapacità di cogliere in tempo il pericolo che la situazione potesse degenerare dopo le ultime dichiarazioni di Bonnani che anche in mattinata a Torino aveva difeso la disdetta del contratto dei metalmeccanici appena fatta da Federmeccanica e la politica della Fiat inaugurata a Pomigliano.
Ma forse c'è da considerare che gli operai e i giovani a Torino, come in molte altre città, sono esasperati dalla politica economica del governo e da quella della Confindustria.
Vero è che una destra come quella berlusconiana è ormai arrivata al capolinea e nella sua inevitabile caduta corrono il rischio di aumentare gli episodi di violenza e di attacco alla democrazia. C'è da sperare che la classe politica al governo ne sia consapevole e lo sia anche quella parte dell'opposizione che non ha ancora compreso il punto in cui siamo e si illude di poter andare avanti come se fossimo in un paese normale.
Non lo siamo e forse siamo ancora più lontani di quanto lo fossimo dieci o venti anni fa. Questo ci dice l'andamento della Festa di Torino e sarebbe il caso di rendercene conto.


Tratto dal blog di Daniele Martinelli.

Fini in dipietrese casiniano
settembre 6th, 2010 5



“Cacciato dal partito in maniera stalinista” perché Berlusconi non tollera il “legittimo dissenso“. Questa frase pronunciata da Fini al comizio di Mirabello sintetizza la rottura ufficiale col piduista e la sua claque di riciclati, condannati, mafiosi e venduti.
Il ritiro del ddl sul processo breve sancisce la messa in minoranza del piduista assieme a Bossi. Non si azzarda più ad avanzare porcherie incostituzionali perché per Fini e il Fli “garantismo non è impunità permanente” e “la magistratura è il caposaldo della nostra democrazia“. Dunque “niente leggi ad personam” per un corruttore di giudici che ha infiltrato di gente opaca tutti gli organi di garanzia, dalla Consulta al Csm.

Nel merito della campagna corruzioni tra i finiani con contanti tra le dita “il premier pensa di trattare con i clienti della Standa cui offrire un premio di fedeltà se non cambiano supermercato“. Ma siccome il “popolo non equivale a sudditi, e la maggioranza non è il contorno del premier, non ci faremo intimidire da quello che è stato il metodo Boffo messo in campo da alcuni giornali, che dovrebbero essere il biglietto da visita del partito dell´amore“.
Per Fini gli “attacchi infami hanno dato vita a un´autentica lapidazione di tipo islamico contro la mia famiglia“. Eccolo dunque a difendere “la sovranità popolare che significa poter scegliere i loro parlamentari” invece che la vergognosa legge attuale per la quale “faccio il mea culpa che ci sia la lista prendere o lasciare“.

Fin qui si potrebbe pensare a un miracoloso risveglio da 15 anni di letargo di una destra sopita e nostalgica. Peccato che poi, Fini, nel suo discorso si contraddice rendendo disponibile il suo partito a sostenere i 5 punti del programma berluscoide “a patto di sapere come si traducono i titoli delle riforme nella realtà” e paventare un “patto di legislatura” che non si traduce più in leggi ad personam ma in “un provvedimento a tutela della figura del capo del governo senza la cancellazione dei processi, ma soltanto la sospensione“. Senza spiegare come si possano evitare altre leggi ad personam e ad aziendam.
Fini si contraddice quando concede a Berlusconi l’opportunità di dotarsi di uno scudo giudiziario e si dice “favorevole al lodo Alfano e al legittimo impedimento” poiché “il premier ha il diritto di governare, senza che nessuno imbocchi scorciatoie giudiziarie“.

Tanto basta per ritenere che dalle parole di Fini sono uscite intenzioni alla dipietrese con contraddizioni alla Casini. Sono venuti fuori tentativi di indipendenza e autonomia politica ammorbati dalla paura tipica di chi come Fini ha vissuto per anni di soggezioni, timori e complessi di inferiorità. Fini sprona se stesso davanti alla platea cercando conferme tipiche dei corsi di autostima: “se un uomo non ha fiducia nelle sue idee, o non valgono nulla le idee, o non vale niente lui“.
A Mirabello Fini ha ammesso che Alleanza nazionale si è venduta al corruttore e alle sue cause perse. Fini e finiani si sono resi conto di aver fatto troppi danni senza aver dato nulla in cambio ai cittadini.

Ammettere di non sopportare più “la logica dell’attendere domani” sancisce il bisogno di Fini e del Fli di distinguersi dalla claque dei Dell’Utri, Caliendo, Ciarrapico, Cosentino, Nespoli, Berruti e compagnia di galeotti. Speriamo non solo a parole. L’Italia onesta e di destra attende con fiducia la sfiducia alla cricca berlus-bossiana. Il Fli può ”fly away“da 15 anni di buio. Avanti!

mercoledì 3 marzo 2010
























LA STORIA E GLI ITINERARI ARTISTICI

§ STORIA DALLE ORGINI AI TEMPI MODERNI
§ COLLEGAMENTI ED ITINERARI STORICO ARTISTICI
§ LA COMUNITA’ EBRAICA
§ CONEGLIANO CENTRO INTERNAZIONALE DELL’AFFRESCO
§ LUOGHI DA VEDERE
§ VILLE E PALAZZI STORICI
§ COSTA DI CONEGLIANO
§ CHIESA DI SANTA CATERINA
§ ORATORI
§ CONEGLIANO MODERNA: IL QUARTIERE DI SETTEBORGHI
§ DAMA CASTELLANA E ASSOCIAZIONE




I PERSONAGGI ILLUSTRI:

§ GIAN BATTISTA CIMA
§ FRANCESCO BECCARUZZI
§ PIETRO CARONELLI
§ ANTONIO CARPENE’
§ UGO CERLETTI
§ INNOCENTE PITTONI
§ ANGELO PARRILLA
§ GIOVANNI PIOVESANA




IL PROSECCO

§ STORIA DEL PROSECCO
§ IL CONSORZIO DEL PROSECCO


CONEGLIANO


Conegliano. Le origini di Conegliano sono molto incerte e, secondo il parere dei maggiori storici locali, l’esordio di un insediamento urbano organizzato, riconducibile a Conegliano, si deve ricercare nei secoli che precedettero la fine del primo millennio. Gli ultimi ritrovamenti archeologici nei pressi di Casa Cima hanno rimesso in discussione tali ipotesi e, secondo il parere di alcuni esperti, sul Colle ( Colle di Giano) dove oggi si adagia il centro storico di Conegliano, intorno al sec. XIII a.C. poteva esistere un insediamento organizzato. Poco si sa della Conegliano dell’epoca romana, i ritrovamenti archeologici avvenuti tra il 1871 e il 1977 riconducibili a tale periodo, infatti, attestano solo la presenza di ville rustiche nella parte sud della città, al limite della centuriazione opitergina. Bisogna aspettare il medioevo per avere notizie più documentate della realtà coneglianese. Secondo la ricostruzione di Vital, noto storico locale, la città di Conegliano nel secolo XV era composta da due parti distinte: il Castello ed il Borgo. Il castello completamente circondato da mura merlate, comprendeva due rocche distinte, Castelvecchio e Coderta, comunicanti tra di loro. Alla fine del secolo XII si ha notizia che una consorteria di famiglie gentilizie si organizza creando una forma di governo comunale, che si insedia ai piedi di una fortezza eretta già nel sec. X su un colle tra i torrenti Ruio e Monticano, fino a quel momento appartenente alla giurisdizione del Vescovo di Belluno.
E' la nascita di Conegliano: il nome pare significarne il carattere militare, come analoghi luoghi friulani (cuniculus, cuniculanus). Un documento del 1218 fornisce la descrizione dei confini della "terra" di Conegliano, già estesa dalla sommità del colle. dov'è la rocca, fino alle sue pendici meridionali; i confini sono segnati da un porta sul fiume Monticano ad est (l'unica allora costruita in muratura, sul lato della quale provenivano le invasioni ungaresche), la «chiusura» di San Martino (luogo dove più tardi sorgerà l'omonima Chiesa), i prati del Musile a sud, il torrente Ruio a ovest.
L'abitato si addensa nel corso dei due secoli sulle più basse pendici del colle secondo uno schema estremamente lineare e chiarissimo: disposto a fasce e con l'andamento delle curve di livello, servito da una strada principale che va dal Monticano al Ruio
(la Contrada Grande, attuale Via XX Settembre) e da due strade parallele più alte
(Via Sarano e Borghetto, Via Saran Novelo è la via che sale al castello), e con al centro, prospiciente da monte sulla strada principale, la piccola e raccolta piazza civile della comunità.
Questo nucleo si prolunga nei borghi esterni, a est Borgo Alocco, disposto lungo il Monticano, dove si insediano le attività artigianali (i mulini e la lavorazione della lana), e il Borgo Vecchio, lungo la strada per Ceneda e Sacile, nella quale si apre il mercato fuori le mura; ad ovest il Borgo S. Antonio e quello di S. Caterina, lungo la strada per Treviso.
Il castello, isolato in alto, rimane ancora per lungo tempo la sede del potere civile e religioso (vi sono il palazzo del Podestà e la chiesa collegiata di S. Leonardo); ad esso si accosta il ricco palazzo fortificato della nobile famiglia da Coderta, già citato nel 1180.
Il proliferare dei Monasteri, qui più numerosi che altrove, di alcuni dei quali si ha notizia fin dalla prima metà del XIII secolo, denota l'avvio di un'intensa attività artigianale ed agricola, oltre che assistenziale: S. Maria in Mater Domini (1231), che sorgeva alle spalle del Borgo Vecchio, potente e grandissimo, racchiudeva orti e coltivazioni pregiate; quello dei Padri Umiliati di S. Polo, esistente già nel 1316 sulla riva destra del Monticano, era il centro della lavorazione della lana, che diventerà una delle attività economiche principali dei "borghesi" di Conegliano; e poi, a ovest, il convento di S. Antonio, l'Ospizio della Ca' di Dio, il convento di S. Francesco dei Frati Minori, sorto in Borgo nel 1231 e spostato all'interno nel 1411, ed infine la scuola di S. Maria dei Battuti con l'annessa Chiesa della Contrada Grande.
E pur tuttavia il centro, fiorente per attività artigianali e commerciali, continua ad avere una grande importanza militare, se il comune di Treviso imponendovi il suo dominio dal 1148, ricostruisce il castello facendone il suo baluardo orientale verso il Friuli e il Patriarcato di Aquileia, e se gli Scaligeri, nel breve periodo della loro Signoria su Treviso e Conegliano (dal 1329 al 1337), erigono qui una poderosa cinta di fortificazioni, formata da tre gironi, uno intorno al castello, uno che divide il castello dal Borgo, e uno a valle, a chiusura del Borgo, dove inoltre viene scavato il Refosso, alimentato dalle acque del Ruio e del Monticano: triplice cinta con cinque porte, quasi copiata da quella eretta dai Caminesi a Serravalle. Anche Venezia, alla quale Conegliano si dà con Treviso nel 1337, continua l'opera fortificatoria, costruendo nel 1370 una Bastida formata da fossati e terrapieni a racchiudere Borgo Vecchio e il suo importante mercato; i Carraresi infine, che l'hanno, dal 1384 al 1388, la rinforzano con la rocchetta posta a ridosso della Porta Monticano.


Castello, mura di cinta.


Restauro cinte murarie e rocca di Castelvecchio

Compiute le opere di difesa, che già oramai servono a poco, subìto un duro e rovinoso assalto degli Ungheri nel 1411, Conegliano è in grado, sotto la dominazione veneziana, di riprendere il proprio consolidamento, ricalcando l'ossatura già segnata nel periodo comunale. Si pone subito mano (nel 1338) alla costruzione del Palazzo Comunale (che sarà ricostruito altre due volte) e la piazza si adorna di ricchi palazzi. Anche qui i segni del fervore e benessere si leggono sugli edifici che sorgono da quel momento: la Contrada Grande si riempie di case e palazzetti con le facciate affrescate su alti portici sotto i quali si svolgono gli affari e i commerci; la confraternita dei Battuti può erigere la chiesa e la nuova sala delle riunioni, commissionando a Cima (nel 1492) la pala per l'altare maggiore e al fiammingo Pozzoserrato (nel 1592) gli affreschi per la facciata.
Per un lungo tempo si continuano a riparare le mura e le porte, mentre verso la fine del '600 anche la zona pianeggiante del Refosso comincia a riempirsi di funzioni ed edifici, dopo la concessione di tenervi il mercato franco di animali. La descrizione che il Bonifaccio ne fa nella "Historia Trivigiana" del 1591 è quella di una città bella, amena e opulenta, è già prima il Sanudo (nel 1483) aveva annotato che essa chiedeva a Venezia "di avere Vescovo e di essere città", volendo così prendere il sopravvento su Ceneda alla cui diocesi apparteneva.

Mura del Refosso

I segni dell'impoverimento delle casse della Serenissima e delle comunità appartenenti al suo dominio, ma anche uno spregiudicato spirito di rinnovamento, appaiono nel corso del '700, quando viene decisa la demolizione del castello, lasciato oramai cadere, con il Palazzo Pretorio e la Chiesa di S. Marco; i materiali vengono usati per la costruzione del nuovo Palazzo Comunale (1744) e l'ampliamento con sostanziali rifacimenti della Chiesa di S. Maria dei Battuti; qui nel 1756 viene insediata la collegiata, abbandonando quella di S. Leonardo rimasta fino ad allora, malgrado la scomodità, all'interno della rocca. Ciò significa d'altronde che il centro oramai è definitivamente spostato in basso, e l'abitato si addensa sempre più nella pianura, lungo i borghi, nei quali già nel corso del '600 erano state costruite nuove chiese con i monasteri, come il complesso votivo di S. Rocco, edificato sul Refosso nel 1630 dopo le gravi pestilenze, e quello di S. Martino costruito nel 1674 al posto del primitivo convento di S. Lazzaro.

Chiesa di San Rocco

Angolo Via XX Settembre

Per contro, la Serenissima stessa comincia a chiudere, e a demolire perfino, alcuni tra i più vecchi conventi; opera continuata dai Francesi, tanto che di alcuni non rimangono più tracce (come quello di S. Antonio, di S. Maria in Mater Domini, di S. Polo), mentre altri vengono demanializzati e trasformati in ospedali o caserme in periodo francese e austriaco. Qui, la definitiva trasposizione del centro vitale della città in pianura lungo il vecchio Refosso è oramai segnata dal passaggio della strada regia (Strada Maestra d'Italia), rinforzata più tardi dall'apertura della ferrovia (1858) e dalla stazione; in quest'area si insediano gli edifici ottocenteschi, le sedi delle banche, i negozi, mentre la strada del Refosso diviene il "Corso", ornato di una passeggiata alberata; il collegamento pedonale aperto in corrispondenza della demolita porta delle Beccarie, tra l'antica piazza del Municipio e il Corso segna le definitiva rottura dell'andamento lineare e avvolgente del centro medioevale. A conferma di ciò, la costruzione del nuovo teatro avviene in modo del tutto anomalo rispetto a quanto si riscontra in tutte le altre cittadine venete: esso viene collocato nel fondale della piazza municipale, in asse col nuovo collegamento aperto verso il piano, con una massiccia demolizione di un intero isolato preesistente, realizzata tra il 1846 e il 1868.

Viale della Stazione (oggi Viale Carducci) e sotto Via XX Settembre

E se non vi è dubbio che la strada regia e la ferrovia, (tra il 1854 e il 1856 venne aperta la linea ferroviaria Venezia-Udine), portino una certa ripresa nelle attività economiche e nello sviluppo civile della città (si intensificano attività industriali legate all'agricoltura come la bachicoltura e la viticoltura). Nel 1866 Conegliano venne liberata dal dominio austriaco e annessa al Regno d’Italia, per Conegliano l’annessione al Regno d’Italia rappresentò una svolta con grandi opportunità sia nel settore agricolo sia in quello industriale. Lentamente nacque una prima classe imprenditoriale prevalentemente attiva nel settore della produzione agricola, sostenuta questa da un'apposita e tutt'ora fiorente Scuola enologica istituita nel 1878, per opera del dott.Antonio Carpenè e dell’abate Felice Benedetti.



Scuola Enologica C.B. Cerletti




Vedute del torrente Monticano
Nel 1884 nacque l’azienda Dal Vera produttrice di mobili in legno, ferro e giunco, l’apertura del mobilificio, significò per Conegliano un deciso salto di qualità verso un processo di industrializzazione, facilitato anche dalla rete ferroviaria e da altre importanti infrastrutture. Il nuovo secolo si aprì con grandi opportunità per tutto il trevigiano e Conegliano non si fece sfuggire le occasioni, nacquero così cotonifici, segherie, aziende nel settore del legno , del mobile e nel settore meccanico. La città divenne presto polo d’attrazione per nuova forza lavoro e in pochi anni raggiunse i circa 14.000 abitanti. Ad arrestare tale sviluppo vi fu lo scoppio della prima Guerra Mondiale , nel 1915. In seguito alla disfatta di Caporetto e alla ritirata dell’esercito italiano oltre il Piave, Conegliano si trovò per lunghi mesi in prima linea , subendo gravi danni a causa dei massicci bombardamenti. La città, ridotta ad un cumulo di macerie, subì un forte calo demografico. Finita la guerra il primo decennio che seguì fu interamente dedicato alla ricostruzione civile e industriale.
Con l’avvento della seconda guerra mondiale, il sistema produttivo e sociale coneglianese subì un nuovo crollo. I cittadini sfollavano sempre più numerosi nelle campagne circostanti, scappando dai bombardamenti a cui il paese venne frequentemente sottoposto. La crisi si trascinò anche nei primi anni del dopoguerra, segnando profondamente le attività tradizionali, specialmente nel settore tessile e serico. Ciononostante si assistette ben presto ad un notevole sviluppo in altri settori, come quello degli elettrodomestici, in cui faceva la parte da leone la “Zoppas”.
La ripresa economica fu causa di un nuovo repentino aumento della popolazione che passò da 18.000 a 23.000 residenti, raggiungendo i 36.000 abitanti alla fine del secolo. Conegliano cominciò ad espandersi in tutte le direzioni, oltrepassando certi confini (la ferrovia a sud, il colle del castello a nord) fino a qualche anno prima invalicabili.
Conegliano è oggi una città, per ordine di importanza nella Marca Trevigiana, seconda solo a Treviso, contando circa 35.000 abitanti e vantando una società civile e un mondo associativo molto variegato e dinamico. E’ una bella cittadina, ricca di storia, arte e bellezze naturali, adagiata su dolci colline, la cui posizione ed unicità ben giustificano la denominazione di “Perla del Veneto”.





Collegamenti ed itinerari storico artistici.
Si arriva a Conegliano dalla pianura seguendo il vecchio tracciato della strada statale 13, Pontebbana. L'insediamento si sviluppa su tre livelli: la fascia di pianura formata dai Borghi e dal "Corso"; la fascia dei primi gradoni del colle; e infine, isolato in alto, il castello.
Il "Corso" (Vittorio Emanuele e Mazzini), oggi vero centro della città e passeggiata obbligata dei coneglianesi, è l'antica strada del Refosso, che correva esternamente alla cinta medioevale delle mura scaligere, e lungo il fossato: vi si affacciano infattisul lato nord i retri con i giardini dei palazzi del centro più antico, mentre gli edifici sul lato sud sono di formazione otto-novecentesca, con continue e recenti sostituzioni edilizie; vi rimane la seicentesca chiesa di S. Rocco e parte del monastero annesso (conglobato nell'edificio Cassa di Risparmio). La sistemazione ottocentesca del corso si insinua fin nel cuore del centro antico, con l'apertura della Gradinata degli Alpini e la ristrutturazione di Piazza G.B. Cima, attuata attraverso la costruzione del grande Teatro dell'Accademia, posto a fondale della piazza tra il 1846 e il 1868.

Piazza Cima e Teatro dell’ Accademia
Per la visita al centro storico è possibile salire anche dalla gradinata, ma è consigliabile rifare quello che era il percorso obbligato per chi proveniva dalla pianura, entrando a ovest dalla Porta Ruio (la porta trecentesca rifatta nell'800, si chiama ora
Porta Dante), oppure, meglio ancora, a est, attraverso la più antica porta della città, Porta Monticano, nei pressi della quale si trovano le case e palazzi di "città" costruiti tra il '400 ed il '600 dai più ricchi mercanti ed artigiani di Conegliano: i più notevoli, che si trovano fra la piazza e la Porta Monticano, sono eretti su portici, sopra un basamento declinante in ciottoli, con le facciate spesso affrescate.

Porta Monticano Porta Dante
Il carattere unitario delle strade è ripreso dal complesso del Duomo della Scuola dei Battuti (tra la piazza e Porta Dante), raro caso di chiesa così assimilata col tessuto edilizio; sulla strada si affaccia la sala delle riunioni della Scuola dei Battuti, costruita sopra un lungo porticato nel 1354 e affrescata esternamente dal Pozzoserrato nel 1592; all'interno pareti completamente affrescate nel corso del '500 da artisti come Andrea Previtali, Francesco da Milano, Girolamo da Treviso, il Giovane e lo stesso Pozzoserrato.

La sala dei Battuti
Il Duomo, che si sviluppa dietro, è sorto come chiesa della Scuola, e solo dal 1756 è chiesa colleggiata; ampliato e rifatto interamente in forme neoclassiche, è stato in parte ripristinato nelle originarie forme gotiche da un restauro compiuto nel 1956, e un successivo attuato nel 2007, con un intervento di manutenzione sia degli apparati decorativi interni ( intonaci decorati ed elementi in materiale lapideo - altari, colonne e capitelli) che degli intonaci neutri. La bellissima pala dell'altar maggiore è opera del Cima da Conegliano. Dietro il Duomo, in via Cima, è la casa di Cima da Conegliano, dove sono raccolti documenti, memorie e riproduzioni di opere del pittore (1459-1517/18) e reperti archeologici.


Facciata Scuola dei Battuti decorata con affreschi del Pozzoserrato

Dalla piazza Cima, fiancheggiata dal Palazzo Municipale ricostruito nel 1744, e da altri bei palazzi, si staccano due strade laterali (con viste all'interno di via Sarano e Borghetto, oggi vie Cima e Teatro Vecchio) fino alle salite al castello; a sinistra quella più antica, pedonale (Calle della Madonna della Neve), superato il Convento di S. Francesco (chiostro quattrocentesco), porta sotto i resti delle fortificazioni trecentesche, fino alla spianata di Castelvecchio. Dell'antico complesso, costruito a più riprese a partire dal secolo X, si riconosce il tracciato della rocca vera e propria, e restano due torri restaurate, la torre della Campana che ospita il Museo Civico del Castello (aperto nel 1952, raccoglie un lapidario e dipinti del '400 e '500) e la torre Mozza; nulla invece rimane del Palazzo Pretorio e della chiesetta di S. Marco, che erano al suo interno. Esternamente si trova la chiesa di S. Orsola, forse abside della collegiata di S. Leonardo, mentre non vi sono tracce del palazzo fortificato dei da Coderta che sorgeva più a est. Sotto il castello, a sinistra, la Porta di Ser Bele, aperta verso i colli, consente di cogliere la visione del paesaggio collinare veneto, con lo sfondo delle montagne, lo stesso che ispirò il Cima.

Madonna con Gesù bambino e paesaggio Veduta dal Castello
Cima da Conegliano (1496-1499)

Porta Ser Bele Castelvecchio

Conegliano è punto di partenza per due piacevoli itinerari che uniscono soluzioni di carattere eno-gastronomico (vini pregiati e buona cucina) a rimarchevoli testimonianza d'arte e storia: la strada del Vino Bianco fino a Valdobbiadene tra dolci colline (42 km) e la strada del Vino Rosso fino ad Oderzo, in pianura (69 km).



LA COMUNITA’ EBRAICA
Non è a tutti noto che Conegliano ospitò per secoli una fiorente comunità israelitica. La presenza di ebrei è attestata sin dal Trecento: Conegliano, città dinamica dal punto di vista economico, ma anche al centro di guerre, saccheggi e carestie, doveva far fronte spesso a gravi crisi che vennero risolte con l'istituzione di banchi di prestito (1388). Dopo un periodo di libertà e tolleranza, le famiglie ebree furono costrette, nel 1629, a stabilirsi nella zona del Siletto (l'attuale Via Beato Ongaro) e nel 1675 nella contrada Ruio, fuori dalla cinta muraria.
Il ghetto così istituito ebbe una sinagoga (1701), una scuola talmudica e numerose botteghe (soprattutto di straccivendoli, pasticceri e macellai); vi abitavano allora 14 famiglie.
Con la conquista napoleonica agli ebrei furono concesse tutte le libertà civili. Molti si trasferirono nella nuova zona attorno alla stazione, sede di sontuosi palazzi. Sindaco di Conegliano fu Marco Grassini, esponente di una delle famiglie più importanti della comunità.
Nell'Ottocento la comunità finì per estinguersi, visto che la maggior parte degli ebrei si trasferì a Padova e Venezia.
Fuori le mura di Conegliano sorgeva un tempo il Ghetto Ebraico (pesente sin dal 1545), dotato di una scuola talmudica e di una bella Sinagoga, smontata pezzo per pezzo dopo la Seconda Guerra Mondiale e trasportata a Gerusalemme; il Cimitero Ebraico è invece rimasto nel luogo della sua antica ubicazione, sul colle detto Cabalau: utilizzato dal Cinquecento fino alla fine del secolo scorso, è ormai uno dei pochi esemplari rimasti in Italia.
A Treviso e nelle principali città della marca trevigiana, soprattutto Conegliano e Vittorio Veneto, esiste dal Medioevo la più popolosa comunità ebraica del Nord Italia. Parlare di giudei in terra trevigiana nel Settecento è parlare di Lorenzo da Ponte, il geniale librettista di Mozart, morto a New York nel 1808, figlio di un pellicciaio cenedese, nato ebreo con il nome di Emanuele Conegliano.
Conegliano fu invece la città in cui gli Ebrei trovarono maggiore dignità. Una presenza ebraica a Conegliano è documentata dal diciassettesimo secolo e qui venne istituita una rinomata scuola per lo studio del Talmud. Della magnifica sinagoga di Conegliano, eretta nel 1701 e trasferita, pietra dopo pietra a Gerusalemme, resta solo la cronaca. Ma in città è ancora visitabile il cimitero ebraico,cui si accede da viale Gorizia e che conserva ancora molta della sua dignità, fu utilizzato fino al 1882 circa. Nelle cronache legate al Novecento è ricordata anche la persecuzione a Bruno Lattes, insigne giurista fuggito a Zurigo e tornato a morire nella sua villa di Istrana e a Sara Rosenthal moglie del violinista Guido Böhm, nascosta a Conegliano in casa Fenzi sotto falso nome, tradita, spogliata dei suoi beni e mandata a morire a Ravensbrück.


La Sinagoga originale La Sinagoga così com’era a Conegliano:
vista dell’Arca della Torah verso la Bimah.

Sinagoga di Conegliano (Museo U. Nahon di Arte Ebraica Italiana - Gerusalemme)


Lapide nel cimitero Vista dalla parte sinistra della galleria
CONEGLIANO CENTRO INTERNAZIONALE DELL’AFFRESCO
Conegliano si prepara a diventare un Centro Internazionale dell’Affresco. L’aspetto didattico che si vuole istituire è un’occasione unica per erogare e quindi fare acquisire capacità, conoscenze e competenze specifiche nell’arte dell’affresco, nel contempo fornire alla città delle opere d’arte imponenti sul piano della qualità e che rimangano a lungo nel suo patrimonio. La tecnica dell’affresco è “tutta italiana” ed ha fatto grande la conoscenza dell’Italia all’estero. Questo procedimento ha dato testimonianze eccellenti ed attira costantemente studiosi ed appassionati desiderosi di apprendere. Eppure, oggi in Italia non si pratica più un insegnamento mirato neppure nelle Accademie di Belle Arti. Sono rarissimi gli operatori che fanno affreschi.

Un esempio rarissimo dell’’attualità nell’arte dell’affresco è Vico Calabrò, che da oltre trent’anni si prodiga con impegno nella salvaguardia di questa arte.


TECNICA E STORIA DELL’AFFRESCO

L'affresco è una tecnica di pittura murale nella quale il colore viene steso su uno strato di intonaco fresco. Per la pittura ad affresco è necessaria una particolare preparazione della superficie murale: il muro deve essere coperto da uno strato di calce spenta e sabbia impastate con acqua (questo composto è detto arriccio) e successivamente ricoperto da uno strato liscio di calce spenta, sabbia fine e polvere di coccio (detto intonaco o tonachino). Questo strato è destinato ad assorbire il colore mantenendolo inalterato per molto tempo. Sul primo strato di intonaco vengono realizzate le sinopie, ovvero disegni preparatori di completamento alla prima traccia realizzato con carboncino o polvere rossa. La caratteristica principale di questa tecnica è che, eseguendo la pittura su intonaco fresco, il colore si ferma per coesione attraverso un processo chimico. I colori devono essere assolutamente naturali, terre ed ossidi o pigmenti puri adatti all'affresco stemperati in acqua; hanno dei toni caldi e vengono stesi con sovrapposizioni successive entro un tempo limitato. Ed è proprio questa la difficoltà principale dell'affresco: non c’è possibilità di correggere gli errori se non distruggendo la giornata di lavoro. Il tempo di esecuzione va dalle 5 alle 8 ore, a seconda della temperatura dell'ambiente e del tiraggio del muro, fino a quando l'intonaco sarà in grado di assorbire il colore che altrimenti resterebbe sulla superficie e sarebbe quindi destinato a scomparire in breve tempo. Naturalmente all'interno di queste strette regole sta alla sensibilità dell'artista saper interpretare la tecnica con tutte le possibilità che può offrire.
In Italia l'affresco conobbe una splendida, ininterrotta fioritura dalla fine del Duecento al Settecento. Anche la Città di Conegliano costituisce una testimonianza forte di questa tecnica. Il Duomo è una pregevolissima costruzione risalente al XIV secolo che contiene la più grande superficie esposta affrescata del Veneto. La facciata, che dà in via XX Settembre, è completamente affrescata (Ludovico Pozzoserrato) da scene che si rifanno ad episodi dell’Antico Testamento e che si alternano a figure di Profeti e Sibille. La Sala dei battuti risale al XIV secolo, è ornata degli splendidi affreschi di Francesco da Milano, Jacopo Pozzoserrato e una parte attribuita a Girolamo da Treviso, raffiguranti Scene dell’Antico e del Nuovo Testamento (XVI secolo).

L’AFFRESCO CHE NARRA L’ARRIVO DI ENRICO III NEL 1574
Il primo affresco nato su una parete di casa Roma, vicino alla Porta del Cavallino. Il maestro Vico Calabrò e le sue maestranze, provenienti da tutta Italia e dall’Europa, hanno creato un dipinto che copre una superficie di 200 metri quadrati e raffigura l’arrivo in città del re di Polonia Enrico III, la sera del 14 luglio 1574. Enrico III proveniva da Cracovia ed era diretto a Parigi per ricevere la corona di Francia, vacante dopo la morte del fratello Carlo IX. Soggiornò in città quasi due giorni e venne ospitato a Palazzo Sarcinelli. La sua stanza da letto era stata abbellita con i preziosi arazzi della Confraternita dei Battuti e per l’occasione era stata costruita una fontana da cui venne fatto zampillare vino per tutto il soggiorno del re.
L’affresco, che ricopre 130 dei 200 metri quadri della facciata, è stato realizzato in 23 giorni da 21 frescanti provenienti da varie regioni italiane, ma anche dall’estero. Raffigura un episodio della storia della città: l’arrivo di re Enrico III nel 1574. A salutare il re, le delegazioni dei maggiorenti della città (con i vessilli delle casate più importanti) davanti a Palazzo Sarcinelli e a una colorata fontana da cui zampilla vino.

Luoghi da vedere
• 1 - Duomo di Conegliano
• 2 - Sala Dei Battuti
• 3 - Monte di Pietà
• 4 - Istituto Enologico "Cerletti"
• 5 - Convento di San Francesco
• 6 - Chiesa e Monastero di San Rocco
• 7 - Il Castello di Conegliano
• 8 - Chiesa dei Santi Martino e Rosa
• 9 - Casa Piutti
• 10 - Teatro Accademia
• 11 - Palazzo Da Collo
• 12 - Museo Civico di Conegliano
• 13 - Casa Longega
• 14 - Palazzo Montalban Vecchio
• 15 - Palazzo Sarcinelli
• 16 - Convento di S. Maria Mater Domini
• 17 - Palazzo Comunale
• 18 - Casa Colussi
• 19 - Via XX Settembre
• 20 - Palazzo Montalban nuovo


1 - Duomo di Conegliano

Periodo: XIV°- XV° sec.

Situato in Via XX Settembre, dietro alla serie di nove arcate che caratterizzano l'elegante facciata della Scuola dei Battuti, ornata dalle preziose trifore romaniche che sono intervallate dalle raffigurazioni bibliche del Pozzoserrato, sotto il gran porticato, si trova il portale dell'antica chiesa di S. Maria dei Battuti, oggi Duomo della città. Le sovrapposizioni architettoniche che si sono succedute nel corso dei secoli hanno prodotto uno stile architettonico eterogeneo, in cui si possono riscontrare le navate trecentesche e il presbiterio seicentesco. Ricca in opere d'arte di gran raffinatezza, come il dipinto di Francesco Beccaruzzi raffigurante "San Francesco che riceve le stimmate e altri Santi" e la tela di Palma il Giovane con soggetto "S. Caterina battezzata dall'eremita", la chiesa è conosciuta ed apprezzata soprattutto per la splendida pala d'altare di Giambattista Cima che raffigura una "Madonna in trono col bambino, Santi e Angeli". Appoggiata alla facciata del Duomo e sospesa su un porticato sorge la Sala dei Battuti, sede delle antiche adunanze della Confraternita, caratterizzata da un ciclo d'affreschi che corre lungo tutte le pareti interne raffigurante storie del Nuovo e del Vecchio testamento.Arrivati a Conegliano dopo la metà del Duecento, i Battuti iniziarono la costruzione della loro chiesa nel 1345 incorporandovi, qualche decennio dopo, la Sala delle adunanze. Inizialmente piccola e semplice, con le pareti lisce e tre altari divisi da due pilastri decorati con le figure di S. Stefano e S. Lorenzo, la chiesa fu ingrandita e abbellita verso la fine del XV secolo con la costruzione del presbiterio e l'ampliamento delle due cappelle laterali dell'Addolorata e di S. Giovanni. I lavori si completarono col collocamento, nel 1493, della "Sacra Conversazione" del Cima, col portone di legno e, nel 1497, con la torre campanaria. Le continue pestilenze che si susseguirono a Conegliano tra il XVI e il XVII secolo portarono la Repubblica a coprire le decorazioni a fresco e a manomettere le strutture architettoniche della chiesa come sistema di disinfezione. Il Duomo fu riportato all'originaria bellezza dall'arciprete mons. Francesco Sartor che, nel 1953, per far sì che esso potesse accogliere un maggior numero di fedeli, decise di avviare un restauro generale ed un ampliamento dell'abside. Così riaffiorarono gli antichi splendori dell'antica chiesa e la "Sacra Conversazione" tornò ad essere il simbolo e l'orgoglio di questo luogo sacro. Opera commissionata dai Battuti, arrivati a Conegliano nel 1345. I Battuti, per completare al meglio l'altar maggiore, decisero di rivolgersi ad un valente artista per commissionargli una pala d'altare. La scelta ricadde Giambattista Cima che s'impegnò da subito a realizzare la pala con la Madonna ed il Bambino, i Santi Giovanni Battista e Francesco. Come dimostrazione dell'immenso affetto per la sua terra d'origine, il Cima aggiunse all'opera altri quattro santi (Nicolò, Caterina, Apollonia e Pietro) e due angeli musicanti. L'idea del pittore, però, non portò ad abbellire il dipinto ma lo appesantì. Esso fu inoltre sottoposto a numerosi restauri che sin dal 1532 non diedero mai pace a questo amato dipinto.

2 - Sala Dei Battuti


Periodo: Metà del XIV° secolo

Situato in Via XX Settembre, appoggiata alla facciata del Duomo cittadino, si trova la Sala della Confraternita dei Battuti. Questi ultimi ricavarono la loro grande sala per riunioni ricoprendo il sagrato della chiesa. La facciata esterna, che si mostra sulla medievale Via XX Settembre, presenta, nei nove scomparti, intervallati da sette trifore e da due poggioli, ricchi affreschi del Pozzoferrato risalenti al 1593 e, tra gli archi, si alternano Sibille e Profeti. All'interno la sala risulta lunga quarantuno metri e larga sette metri e sulle sue pareti si susseguono scene tratte dal Nuovo Testamento, divise in ventisette quadri affrescati da diversi artisti. Il soffitto della sala è in legno disposto a piccoli lacunari, separati da correntini decorati, chiuso da due cornici a grosso cordone e raccordato al muro da una elegante sgusciatura.
Arrivati a Conegliano dopo la metà del Duecento, i Battuti iniziarono la costruzione della loro chiesa nel 1345 incorporandovi, qualche decennio dopo, la Sala delle adunanze. La sala fu creata con il duplice scopo di dare una sede stabile alla confraternita che man mano assumeva sempre maggiore importanza e per accentrare le manifestazioni della loro attività benefica. La sala venne ridotta a carcere nel 1807 successivamente, nel 1848, divenne un ricovero per i soldati e, infine, fu utilizzata come sala da gioco per i ragazzi.
Opera commissionata nel 1354 dai Battuti, arrivati a Conegliano nel 1345.

3 - Monte di Pietà


Periodo: Fine del XV° secolo

Situato in Via XX Settembre, di fronte a Palazzo Montalban Vecchio, si trova questo elegante palazzo, oggi trasformato in albergo. La facciata si presenta interamente affrescata: in alto vi è una serie di angeli con gli emblemi della Passione e nella lunetta spicca una bella Pietà. Gli affreschi riportano la memoria al 1524; allo stesso anno risale la scritta "pestem corruentem" presente nella facciata. Gli affreschi inizialmente attribuiti al Beccaruzzi e la lunetta al Pordenone sono probabilmente opera di Ludovico Fiumicelli.
Il Monte di Pietà fu istituito il 9 aprile 1494 e riconosciuto dalla Repubblica Veneta con ducale di Agostino Barbarigo del 26 maggio dello stesso anno. Il Monte trovò sede in questo elegante palazzo, fatto appositamente costruire dalla Confraternita dei Battuti nel 1524. Il decreto napoleonico del 1831 chiuse l'istituzione benefica e il Monte ricominciò a lavorare solo dopo il 1831 in un'altra sede, in uno stabile vicino al Teatro Accademia.
Il Monte di Pietà fu un'opera di bene ideata da Benardino Tomitano da Feltre e la sede di Conegliano fu voluta dai Battuti nel 1524.


4 - Istituto Enologico "Cerletti"


Periodo: 1876

L'Istituto Tecnico Agrario "Cerletti" con specializzazione in viticoltura ed enologia ha sede a Conegliano. In un'area verde che costituisce il parco della scuola ha sede la struttura storica con i suoi uffici, laboratori e la prestigiosa Aula Magna con affreschi del Morena, spesso sede di incontri culturali.
Con Regio Decreto del 9 luglio 1876 veniva istituita la prima Scuola Enologica d'Italia a Conegliano il cui primo direttore fu il prof. G.B. Cerletti a cui venne in seguito intitolata. Durante il periodo della "Grande Guerra" si rischiò la dispersione del suo patrimonio di attrezzature e laboratori e parte delle strutture vennere distrutte. Nel periodo successivo si cominiciò la riorganizzazione e il 24 settembre 1924 fu inaugurata la nuova sede, ancor oggi struttura centrale dell'Istituto. Nel 1933 con Regio Decreto la Scuola Enologica diventava Istituto Tecnico Agrario speciliazzato per la Vicicoltura e l'Enologia, conserva tuttavia la sua fama di "Scuola Enologica". Nel periodo successivo l'Istituto subì le censeguenze della seconda guerra mondiale, fu teatro di resistenza ed attraversò un lungo periodo difficile finchè nel 1950 ricominciò la sua normale attività.






5 - Convento di San Francesco

Periodo: XV° secolo

La pianta del convento comprendeva all'origine due chiostri e la chiesa; oggi è visibile solo uno dei due chiostri e un elegante pozzo del Seicento che si trova al centro del giardino, contornato e sormontato da arcate a tutto sesto terminanti in capitelli in stile eterogeneo.
Prima della costruzione del convento i frati abitavano nel Convento di San Biagio che, essendo collocato fuori le mura, veniva frequentemente devastato da bande armate. Perciò i frati chiesero ed ottennero da Papa Gregorio XI, nel 1372, l'autorizzazione a trasferirsi dentro le mura.




6 - Chiesa e Monastero di San Rocco


Periodo: XVII° secolo

Ricostruita nel Novecento, la chiesa conserva ben poco delle linee originarie. Fu costruita nel 1630, mentre la facciata odierna risale al 1901. L'interno presenta l'affresco "San Rocco in gloria" di Giovanni De Min, risalente al 1827, nel quale sono particolarmente degni di nota i riquadri con la morte di S. Rocco in carcere e un miracolo di San Domenico. L'altar maggiore è caratterizzato dalla bella pala del Beccaruzzi intitolata "Matrimonio mistico di S. Caterina". A sinistra, entrando, sono rappresentati in bassorilievo la Vergine, S. Anna e S. Gioacchino. Recentemente sono stati aggiunti quattordici altorilievi in bronzo di Giuseppe Billiani di grande fascino.
Fu il podestà Zantani ad avere l'idea di costruire una cappella in onore di S. Rocco nel 1476 come luogo di culto per i fedeli per pregare affinchè la peste, che a quel tempo travolgeva la vita della città, fosse sconfitta. La prima cappella nacque all'interno della chiesa di S. Francesco e con essa sorse l'omonima scuola. Nel 1533 la Scuola e la Comunità desiderarono creare una propria parrocchia indipendente dalla chiesa di San Francesco. La cosiddetta "Gesiola di San Rocco" sorse dove oggi è situata la statua del Nettuno. Le dimensioni ridotte della chiesa e l'impossibilità di essa a contenere l'intera comunità di fedeli che si stava sempre più ingrandendo, portò, nel 1600, alla costruzione di un'altra sede. Negligenze, ritardi e pigrizie fecero si che essa venne iniziata nel 1630, grazie ad un contributo di 1000 ducati concesso dal Magnifico Consiglio. Nel 1640 alla chiesa fu affiancato un monastero che, dapprima abitato da monache domenicane, venne poi soppresso da Napoleone nel 1810. Del convento è oggi visibile solo la foresteria (palazzo della Cassa di Risparmio).
In occasione della peste del 1630 il Magnifico Consiglio di Conegliano concesse un contributo di 1000 ducati per la costruzione della chiesa. Il primitivo progetto è stato manomesso nei secoli successivi. La facciata della chiesa è stata realizzata nel 1901 dall'architetto veneziano Vincenzo Rinaldi.



7 - Il Castello di Conegliano

Periodo: XI sec. XIV sec.

Nel XIV secolo il Castello di Conegliano assume la forma completa; a pianta quadrata circondata da case fortificate delle più potenti famiglie del luogo. Oggi è possibile visitare l'unica delle quattro torri, rimasta indenne alla guerre e bombardamenti. La "Torre Maggiore" detta anche della "Campana" divisa in tre cortili, nel più interno dei quali un tempo stava il palazzo del Podestà (demolito nel 1769). Della torre Saracena restano oggi solo alcune tracce inglobate nell'attuale posto di ristoro. L'unica torre rimasta ospita dal 1946 il Museo Civico (dipinti, armi, lapidi, reperti archeologici) arricchito nel tempo da donazioni ed acquisti. La pinacoteca appare privilegiata per consistenza ed esposizione.
La prima fortezza fu eretta nella sommità del Colle di Giano per far fronte alla scorrerie degli Ungheri (905-950 ca.). Alla fine del XIV sec. il Castello assunse la forma definitiva, dopo la costruzione di torri e mura durante il periodo scaligero (1329-1357), nei primi anni della dominazione carrarese (1384-1389), constava di due parti distinte: castello e borgo divisi da una mura merlata. La rocca di castelvecchio era la sede del podestà, del presidio militare, degli ufficiali del comune. I vari edifici che si trovavano nei cortili interni della Rocca con l'avvento delle armi da fuoco e della dominazione veneziana (1388-1797) iniziarono a decadere e furono progressivamente abbandonati.
Il castello risale ad epoche e costruttori diversi. Il piazzale trovò la sua forma attuale nel 1935 su progetto dell'Arch. Alberto Alpago Novello.




8 - Chiesa dei Santi Martino e Rosa

Periodo: XIII° secolo

La chiesa assume un aspetto austero ma semplice; l'esterno presenta un rivestimento in laterizio e pietre, inizialmente predisposto per una successiva copertura lapidea che, però, non fu mai realizzata. Lo spiazzo che precede l'ingresso risulta alla stessa altezza della chiesa, ma inizialmente vi erano dieci gradini che portavano dal prato all'ingresso. Al portale, in semplice pietra grigia, corrisponde un'apertura a termale tripartita posta in alto. Alle spalle della chiesa si trova il campanile caratterizzato da una cella quadrangolare a bifore. Sul lato destro, dove oggi si trovano il parcheggio , era posto il cimitero. L'interno è costituito da un'aula unica con soffitto a carena. Sulle pareti laterali si aprono sei cappelle cadenzate da lisce paraste con capitello ionico, su cui poggia una composita cornice . Le tre arcate del presbiterio rialzato poggiano sull'altare. Inizialmente ricca di opere d'arte, oggi essa conserva solo pochi ma preziosi tesori, quali il "Presepio" di Francesco da Milano, "L'ultima cena" di Sante Veranda e il "S. Martino" del coro di Francesco Fioriani". Sul soffitto del coro si può ammirare la grande tela col "Martirio di S. Sebastiano, S. Rocco e S. Caterina" attribuita al Pozzoserrato. Appena si entra sono visibili la pala con "S. Martino vescovo e S. Rosa" del pittore Antonio Zanchi e la tela con "S. Domenico, frati domenicani e S. Rosa". Notevole è, infine, il pulpito di legno scolpito, risalente al XVIII secolo, con specchi istoriati.
Le prime notizie sulla chiesa si hanno nel 1215 e non ci è pervenuta alcuna informazione riguardo alle sue origini. Nel 1339 il convento fu posto sotto la direzione dei frati di Santa Maria dei Crociferi, ma la cattiva gestione e l'insofferenza verso i problemi dei fedeli dimostrati dall'ordine comportarono nel 1519 la cessione del Lazzaretto alla confraternita dei Battuti. Il 17 luglio 1665 la chiesa e il convento passarono ai domenicani provenienti dalla Congregazione del beato Salomoni dell'isola di San Secondo a Venezia. I domenicani intrapresero un ingrandimento della chiesa, che durò vent'anni, e le ridettero splendore sia dal punto di vista architettonico e si dal punto di vista morale. Nel 1693 alla dedicazione a Martino di Tours venne affiancata quella a Rosa da Lima. Nel 1746 fu consacrata dal vescovo Lorenzo da Ponte la nuova chiesa dei Santi Martino e Rosa. La chiesa visse un periodo di profonda decadenza allorchè, in seguito all'invasione delle truppe napoleoniche, l'impero della Serenissima cadde e da allora la chiesa venne retta da sacerdoti di nomina diocesana, tra i quali lo storico e archivista don Vincenzo Botteon. Nel 1921 la parrocchia venne affidata definitivamente ai Giuseppini del Murialdo. Tra il 1976 ed il 1988 la chiesa è stata oggetto di un oculato piano di restauro che ha riportato alla luce le antiche strutture del XIII secolo.
L'edificio attuale è stato realizzato per la maggior parte da artisti padri Domenicani. Il progetto della fabbrica iniziata nel 1674 è di Fra Benedetto; il disegno dell'altare maggiore di Fra Carlo Bonazza. Di Fra Elia sono invece la cassa d'organo e le parti in legno del fonte battesimale, opere di alto artigianato .




9 - Casa Piutti

Periodo: Fine 1400

Quest' elegante palazzo veneziano fu fatto erigere su una preesistente costruzione medievale in stile gotico e rinascimentale. Gotiche sono le colonne del portico con i ricchi capitelli a fogliame e il singolarissimo poggiolo d'angolo in pietra arenaria, al secondo piano, posto sullo spigolo a nord-est tra le due piazze. Anche la distribuzione delle finestre nelle facciate appartiene allo stesso stile.
Il palazzo fu casa delle pubbliche scuole per diversi secoli; acquistato dal Comune da Rustico da Fiorenza, venne restaurato e adibito ad abitazione del precettore di grammatica durante il Rinascimento. Fu trasformato nella prima metà del Cinquecento assumendo le forme architettoniche e artistiche ancor oggi visibili.
Casa Piutti detta anche delle "Pubbliche Scuole" in quanto durante il Rinascimento e fino al secolo XVIII, fu l'abitazione del precettore di grammatica e sede delle pubbliche scuole.

10 - Teatro Accademia


Periodo: XVII° secolo

Inizialmente il palazzo era un grazioso teatro ottocentesco, finemente decorato, con architetture in legno. Oggi esso si presenta come una sala recentemente ristrutturata ove si tengono spettacoli di teatro, di musica e concerti, oltre a danza e spettacoli di comicità. La grande costruzione bianca è preceduta da due grandi cariatidi. Le sale superiori dell'interno, dove oggi si tengono riunioni e convegni, hanno mantenuto hanno conservato la loro antica bellezza.
Il palazzo fu terminato nel 1868 e venne inaugurato nel 1869. Venne edificato poichè insufficiente il vecchio Teatro Concordia in contrada Borghetto (l'attuale via Teatro Vecchio).
L'opera è dell'udinese arch. Andrea Scala, mentre le cariatidi appartengono alla mano dello scultore Luigi Minisini, anch'egli di Udine. L'accademia è la piazza antistante costituisce una delle più consistenti operazioni di ristrutturazione urbanistica effettuata sotto il dominio austriaco.
Le due cariatidi che sostengono il frontone personificano la Tragedia e la Commedia.

11 - Palazzo Da Collo


Periodo: XIV° secolo

Il palazzo, costruito nel Cinquecento dalla nobile famiglia dei Da Collo, ha un aspetto severo per l'architettura ma raffinato per i poggioli in ferro battuto. All'interno è presente la cappella dell'Assunta, luogo di sepoltura di molti dei rappresentanti dell'antica potente famiglia.
La famiglia Da Collo proveniva da Ceneda e fu iscritta al Magnifico Consiglio di Conegliano a partire dal 1451. Il palazzo fu fatto erigere per volontà dei Da Collo.
Alla stessa famiglia apparteneva anche la casa settecentesca sul Corso, oggi proprietà Zoppas.

12 - Museo Civico di Conegliano



Periodo: Fine X° secolo circa

Inizialmente dell'odierna struttura esisteva solamente il Castelvecchio, che aveva funzione di fortezza vescovile. La sua funzione difensiva è dimostrata dalle due cinta murarie e dalle quattro torri che caratterizzano l'edificio. Successivamente fu costruita una seconda rocca, la Coderta, comunicante con la precedente. Oggi dell'antica struttura si può ammirare solo la Torre della Guardia o della Campana, la Torre Mozza o Saracena e le superstiti mura merlate. All'interno della torre è stato posto il Museo Civico della città, che accoglie reliquie medievali, resti archeologici, la Collezione Ancillotto, con opere manieristiche a soggetto religioso e dipinti del Cima, del Pordenone e di Francesco da Milano.
Il castelvecchio fu costruito per volontà dei Vescovi di Belluno tra la fine del X secolo e gli inizi del XI secolo. Sotto la dominazione veneziana, nel 1768 fu demolita la rocca e nel 1184 fu costruita la casa del comune, sede di un rappresentante militare trevigiano e del governo locale.Il conte Montalban decise di far restaurare la rocca nel 1839 ma solo nel 1935, con l'architetto Alberto Alpago Novello, essa assunse l'aspetto attuale . Nel 1946 nella torre della campana fu allestito il Museo Civico per delibera della giunta comunale.
Il Museo Civico del Castello , con sede nella torre di guardia (1152) del castello, il museo conserva sculture, monete, un lapidario, armi del XVI secolo e reperti preromani e romani. E’ custodita una collezione di dipinti dal XIII al XVIII secolo con opere di Palma il giovane, Cima, il Pordenone, il Parmigianino.
Comprende una pregevole pinacoteca con quadri ed affreschi recuperati da conventi e chiese del territorio; un arredo abbastanza composito, costituito da cassapanche, sedie e armature risalenti al 1500-1600; una sezione archeologica con reperti che abbracciano un arco di tempo che va dal Paleolitico superiore all’età romana; un lapidario, una raccolta di monete e documenti di varie epoche.



13 - Casa Longeva


Periodo: XV° secolo

L'edificio si evidenzia per le sue formelle, i suoi archi e i suoi capitelli del 1400, provenienti dalla demolita Cà di Dio, e per i suoi tre rozzi piccoli busti. Tutte le decorazioni sono in terracotta ed è proprio questa la particolarità di questo palazzo. Gli stessi addobbi vengono richiamati anche negli affreschi dell'interno.
Sulla facciata sono presenti degli stemmi lapidei che dimostrano l'appartenenza del palazzo alla famiglia Montalban.

14 - Palazzo Montalban Vecchio



Periodo: XIV° secolo circa

Quest'antica residenza signorile, in stile rinascimentale, presenta delle arcate a tutto sesto nella parte inferiore, mentre essa risulta sobria ed elegante nella parte superiore. Al suo interno vi è uno splendido salone, dove una decorazione ad arcatelle in stucco incastonava le effigi dei maggiori rappresentanti della famiglia Montalban. Dopo il salone d'onore merita essere nominato l'appartamento della regina, così chiamato perchè vi fu ospitata Maria Amalia, figlia di Federico Augusto re di Polonia. Il restauro ha ridato splendore ai pavimenti, agli stucchi e soprattutto ai bellissimi caminetti di Tiziano Spetti. Nel cortile si possono infine ammirare due statue romane del Basso Impero.
Inizialmente attribuito a Baldassare Longhena (1598-1682), l'edificio è stato oggi attribuito alla scuola dei Sanmichieli.
La famiglia Montalban è la più antica e famosa famiglia di Conegliano; il suo nome compare nel Maggior Consiglio cittadino sin dal 1180. Il nome originario dei membri di essa era, inizialmente, Della Fratta. In seguito l'imperatore Massimiliano decise di donare il titolo di conte a Pietro e ai suoi discendenti (1575). Di questa famiglia facevano parte personaggi illustri, dalla letteratura all'esercito.

15 - Palazzo Sarcinelli


Periodo: XIV° secolo

L'edificio rinascimentale presenta un ampio porticato a cinque arcate a tutto sesto che precedono un ampio portale. Sulla facciata superiore vi è una serie di quattro monofore interrotta da una tetrafora che, nell'interno, illumina il salone principale del palazzo, decorato a stucchi. Sopra uno dei capitelli laterali del portale è rimasta una testa di frate barbuto che sorride ai visitatori di oggi come accoglieva con un sorriso quelli di ieri.
Nel 1512 i figli di Antonio Sarcinelli ottennero un salvacondotto perpetuo dal Consiglio dei Dieci, dopo essere stati incarcerati dal patriarca Marino e relegati a Cherso. Iniziarono la costruzione di questo palazzo nel 1518.
L'edificio fu commissionato dai figli del nobile Antonio Sarcinelli di Ceneda.
Oggi il palazzo è sede della galleria d'arte moderna, che ospita mostre di livello nazionale e internazionale e fu fondata nel 1988, per un periodo è stata sede della biblioteca civica.



16 - Convento di S. Maria Mater Domini

Periodo: XIII° secolo

Posto in Via Lazzarin, il vecchio borgo che, per la presenza del convento, venne soprannominato "delle monache", occupava l'antica tenuta Porcia e confinava con il fiume Monticano che spesso allagava chiesa e monastero. Oggi non vi è più alcuna traccia dell'antico complesso e della chiesa che un tempo era ricca di opere d'arte. E' un convento molto antico; fu in uso già al tempo di S. Francesco, nel 1225. Fu dapprima ceduto dal Comune alle monache di S. Damiano di Assisi nel 1231; successivamente alle Clarisse succedettero le Benedettine, sotto il cui controllo stette sino al 1806. Nel 1311 il Comune venne minacciato di essere scomunicato dal vescovo di Ceneda, Manfredo di Collalto, se non fosse intervenuto a limitare i danni che le alluvioni causavano al convento. Questa fu la dimora della Beata Ricchieri della nobile famiglia di Pordenone.

17 - Palazzo Comunale


Periodo: XVI° secolo

L'edificio è unito a monte ad alcuni palazzi trecenteschi. Piccoli gradini e un basso loggiato ad arcate precedono il portone d'ingresso. L'interno presenta una sala consiliare decorata a stucchi racchiudenti tre affreschi che alcuni critici attribuiscono a G. B. Canal, mentre altri sostengono che fu G. B. Bisson ad attuare l'opera. Quest'ultima teoria è probabilmente la più esatta in quanto i dipinti mostrano l'elevazione di Conegliano a città; essendo quest'episodio avvenuto nel 1837, è impossibile attribuire la paternità dell'opera al Canal perchè morto prima. Ai lati del portone d'ingresso furono poste nel 1883 le statue in bronzo di Vittorio Emanuele II e di Giuseppe Garibaldi, entrambe dello scultore Enrico Chiaradia.
Questo palazzo fu costruito dopo che il più antico palazzo comunale, risalente al Medioevo, venne demolito nel 1774. L'antica sede del comune fu eretta nel 1338 e venne restaurata nel XV secolo.
L'edificio odierno fu costruito nel 1774 da Ottavio Scotti.


18 - Casa Colussi Periodo: Fine 1400



La facciata del palazzo presenta due colonne con capitelli in stile gotico e affreschi risalenti al XVI secolo e oggi fortemente deteriorati. Il più bello degli affreschi è quello posto sotto il portico raffigurante la "Trinità, Madonna e Bambino", la cui paternità è ancora incerta. Nel 1741 l'edificio fu sottoposto ad un restauro completo per volontà di Alvise Gritti. Nel Medioevo l'abitazione era nota come la casa dei Cavalieri di Comune o del Podestà. Allorché il palazzo pretorio della rocca si rese inutilizzabile, gli ufficiali di governo risedettero qui fino al declino della Repubblica.
Il periodo di maggior splendore per questo palazzo si ebbe nel Medioevo, quando esso ospitava il milite del podestà. Questo aveva funzione di polizia, comandava i cavalieri e capitanava i due Cavalieri del Comune, controllori di pesi e misure.



19 - Via XX Settembre


Periodo: Medioevo

Originariamente Via XX Settembre era chiamata Contrada Granda e rappresentava il centro culturale ed economico della città. Fin dal XV secolo vi furono costruiti quelli che oggi sono i più bei palazzi di Conegliano. Le famiglie più potenti dell'epoca facevano a gara per costruire l'edificio più bello e sfarzoso, ecco il motivo per cui la maggior parte delle costruzioni che si affacciano sulla via presentano facciate decorate ad affresco. Tra il 1600 e il 1700 i palazzi assunsero un'impronta rinascimentale e gotica, per averne una reale testimonianza basta osservare il porticato del Duomo e Palazzo Montalban.
Diverse manifestazioni si tengono in questa Via, centro di ritrovo dei cittadini coneglianesi; prima fra tutti è la Dama Castellana, una grande parata in costumi medievali culminante in una partita di dama umana che si tiene in Piazza Cima, la piazza principale di Via XX Settembre. Un'altra manifestazione è la famosissima Contrada Granda, un'esposizione di quadri e sculture che investe l'intera via verso il mese di settembre. Queste sono solo due delle innumerevoli manifestazioni della città di Conegliano, ma sono sicuramente le più affascinanti.



20 - Palazzo Montalban nuovo


Periodo: XVI° secolo circa
Il palazzo, seppur incompleto è uno dei piu’ bei edifici di Conegliano. Dall'alba al tramonto, secondo un vecchio accordo preso dalla famiglia Montalban, viene utilizzato come passaggio pedonale e collegamento tra il Refosso e Via XX Settembre. Al suo interno vi è uno scalone a forbice ed un salone dell'altezza di due piani con ballatoio sorretto da un colonnato ionico. Nei saloni sono presenti affreschi di G. B. Canal. Le due facciate dell'edificio si mostrano l'una sul Corso, caratterizzata da un grande stemma dei Montalban, e l'altra su Via XX Settembre, con forma leggermente arcuata.
L'edificio confina con l'oratorio della Madonna della Salute, accessibile direttamente da una sala del palazzo.









1 - Castello 2 - Chiesa M. della Neve 3 - Convento S. Francesco 4 - Casa Cima
5 - Casa Sbarra 6 - Teatro Accademia 7 - Porta Dante 8 - Duomo - Sala dei Battuti
9 - Palazzo Montalban Vecchio 10 - Ex Monte di Pietà 11 - Porta Monticano
12 - Palazzo Sarcinelli 13 - Casa Longega 14 - Scalinata degli Alpini 15 - Casa Piutti
16 - Fontana dei Cavalli 17 - Convento di S. Antonio 18 - Scuola Enologica
19 - Chiesa di S. Rocco 20 - Stazione FFSS 21 - Piazza IV Novembre 22 - Chiesa di S. Martino





1 - Il Castello di Conegliano
Costruito a più riprese a partire dal secolo X, restano la torre della Campana (o torre della Guardia) che ospita il Museo Civico del Castello (aperto nel 1952, raccoglie un lapidario e dipinti del '400 e '500) e la torre Mozza. Contiene opere di Francesco da Milano, una scultura lignea e due bronzi, uno del Giambologna e l'altro di Arturo Martini, ed opere di Ludovico Pozzoserrato e Palma il Giovane
La prima struttura della Rocca di Castelvecchio sorse sul Colle di Giano per ospitare il vassallo del vescovo di Belluno ed i soldati di stanza a Conegliano. All’interno della struttura fortificata sorgeva una chiesa, la collegiata romanica di San Leonardo di Limoges, la più importante chiesa cittadina fino alla metà del Settecento sono ancora esistenti l’abside, ora noto con il nome di Oratorio di Sant’Orsola, e il campanile. A questo nucleo iniziale vennero aggiunti una Casa Comunale, mura fortificate, torri di guardia e porte. La chiesa risultò separata dalla Rocca a causa dell’escavazione di un fossato








Chiesa di S. Orsola e Piazzale Castello
La chiesetta di S. Orsola è ciò che resta dell'antica chiesa di S. Leonardo, vecchio Duomo fino al 1757 quando viene trasferito nella chiesa della Confraternita dei Battuti in Contrada Granda, attuale via XX Settembre.


Santo Martire e Santa Caterina.
Museo Civico, affresco dell'ex chiesa di S. Antonio.
G.A. PORDENONE - 1514


Porta Ser Bele
Sant'Orsola



2 – Chiesetta Madonna della Neve


Chiesa della Madonna della Neve Restaurata dagli alpini e dataci in affidamento con Bolla del Vescovo di Vittorio Veneto.


Mura Carraresi, lungo il sentiero che porta alla Chiesetta.

Le origini: Si può supporre che dopo la costruzione delle mura fortificate da parte della famiglia del Carraresi, Signori di Padova, negli anni (1384-1388) sia sorta la Chiesetta sotto le volte delle mura stesse.

La Chiesa, si trovava all'interno del sistema difensivo murario e poco più a valle di essa esisteva uno degli accessi più frequentati per le comunicazioni tra il Castello e l'antico Borgo e cioè la porta medioevale detta "la Castagnera" e quindi l'edificio, o forse un capitello, costituivano l'ultimo luogo devozionale per chi si recasse fuori le mura.
Non si conosce sotto quale titolo sia stata venerata la Madonna in questa Chiesa, ma nell'ordine cronologico dei documenti fin qui ritrovati la si venera con il nome di "Beata Vergine Maria alla Castagnara" o "Madonnetta in Castello"
Il titolo "Madonna della Neve" si richiama alla visione del Pontefice Liberio, Papa degli anni 352-366 il quale secondo la tradizione, la notte del 5 Agosto del 352 ebbe in visione la Vergine Maria che lo invita a costruire ed ad intitolare una Chiesa sul luogo ove la mattina seguente si fosse trovata la neve intatta. Il miracolo si avverò ed il Pontefice tracciò la pianta della nuova Chiesa nella neve appena caduta.



Chiesa Madonna della Neve Affresco su tela di Antonio Grava,
custodito nella Chiesetta
Nella sua storia la ritroviamo citata, nelle visite pastorali del 1731 - 1826 - 1832 nelle relazioni che gli Arcipreti del Duomo scrissero al Vescovo, in queste si parla sempre di "Oratorio pubblico di S. Maria della Neve o Madonnetta", essa viene mantenuta dalla carità dei devoti e questa fabbriceria (del Duomo) ha il debito di far celebrare Messe nella solennità della Beata Vergine ed altre tre nel giorno 5 Agosto, più di cantar nel sabato di cadauna settimana le Litanie per disposizione del testatore Dottor Gregorio Canonico Carli, che devotamente viene eseguito. Nei secoli dunque è stata sostenuta dalle offerte del popolo e di qualche testatore, tra questi ricordiamo le già citate Famiglie Fenci, Sarcinelli, il canonico Francesco Buffonelli, la famiglia Spellanzon, Graziani e Gentili.




3 - Convento di San Francesco


Il chiostro dell’antico convento francescano del quattrocento (1371-1411), costruito dai frati che ottennero dal papa il permesso di trasferirsi dentro le mura cittadine per evitare i frequenti assalti subiti nell’antica sede dell’ordine, il convento extra-murario di San Biagio Il convento, vasto complesso di edifici, comprendeva due chiostri, una chiesa, un'ala del '700 e un orto. Dopo la soppressione del convento, per alcuni anni vi fu stanziata una caserma (fino al 1832) e in seguito ospitò per un breve periodo l'ospedale cittadino e successivamente la scuola elementare S. Francesco. Nel giardino si trova un pozzo del 1600.


4 - Casa Cima







Casa Museo con fittili del XIII a.c. e disegni vari sui muri interni. La casa dove è vissuto il pittore è stata restaurata nel 1977 dopo l'acquisto di Camillo Vazzoler, che se ne occupò insieme a Bepi Mazzotti. La facciata della casa è stata riportata alle origini, come si evince dai disegni del Botteca-Aliprandi che la scoprirono nel 1893 e pubblicarono la prima monografia sul nostro Pittore. La casa del Cima è la sede della fondazione che porta il suo nome ed è stata creata da Camillo Vazzoler.




5 - Casa Sbarra

Uno degli esempi più significativi dell'architettura tardo quattrocentesca della città.
Gli affreschi che ornano Casa Sbarra, nei pressi di via Accademia, all'angolo di via Cima, pare siano stati eseguiti dal Fiumicelli.

Veduta casa Sbarra Affreschi




6 – Teatro dell’Accademia






Storia del teatro
Il Teatro Accademia venne edificato, su progetto dell’architetto udinese Andrea Scala, nel breve periodo in cui Conegliano si trovò sotto il dominio austriaco.
L’opera, ultimata nel 1868, venne realizzata in quanto il vecchio Teatro Concordia, in Contrada Borghetto (attuale via Teatro Vecchio) non risultava idoneo a soddisfare le richieste.L'inaugurazione avvenne il 5 settembre 1869 con “Il Conte Ory” di Gioacchino Rossini.
Produzioni di opere liriche e varie rappresentazioni inserirono Conegliano nel circuito ufficiale della provincia veneta come una delle piazze più frequentate, registrata in tutti i Vademecum per i capocomici ed impresari del tempo: Rosmini (1893), Dalmas (1899), Grabinsky Broglio (1907), Vallardi (1913), etc.
Dal 1937 vengono effettuati diversi interventi ristrutturativi con aumento della capienza originaria.
Dal 1946 ha mantenuto sempre viva la funzione di teatro sociale affiancata da attività cinematografica.
Il teatro oggi
La società proprietaria del Teatro Accademia, ha recentemente portato a termine una importante opera di ristrutturazione del Teatro stesso, decidendo così di avviare una radicale trasformazione del progetto di gestione di questo prestigioso edificio, monumento storico e culturale della Città di Conegliano.
Alla base della nuova fisionomia che verrà ad essere attribuita al Teatro sarà la restituzione della funzione originaria di palcoscenico per il grande spettacolo dal vivo, con una più ampia presenza della musica e della danza, accanto alla stagione di prosa che ha assunto negli ultimi anni risultati di notevole eccellenza.

7 – Porta Ruio o Dante

Contrada Grande l'attuale via XX Settembre, era anticamente circondata dalle mura cittadine e vi si poteva accedere attraverso tre porte: porta del Rujo ad ovest, porta del Monticano ad est e porta S. Polo a sud.







8 - Il Duomo (1354) Sala dei Battuti




Il Duomo è una pregevolissima costruzione risalente al XIV secolo: sorta come chiesa annessa alla Scuola della Confraternita dei Battuti divenne principale edificio sacro della città solo nel XVIII secolo, sostituendo nell’uso il cosiddetto "Duomo Vecchio", posto sul colle.










La facciata, porticato, è abbellita con Scene dell’Antico Testamento affrescate dal Pozzoserrato alla fine del XVI secolo. L’interno, a tre navate, è stato riportato al primitivo aspetto gotico da un attento e ben condotto restauro, promosso da Mons. Francesco Sartor. Fra le opere conservate spicca la celebre pala d’altare raffigurante la Madonna in trono col Bambino, Santi e Angeli, capolavoro di Cima da Conegliano; arricchiscono il patrimonio artistico dell’edificio dipinti del Beccaruzzi e di Palma il Giovane. Direttamente collegata al Duomo è la Sala dei Battuti, nata come luogo di adunanza della Confraternita religiosa. La Sala risale al XIV secolo, successivamente restaurata: è ornata degli splendidi affreschi di Francesco da Milano, Jacopo Pozzoserrato e una parte attribuita a Girolamo da Treviso, raffiguranti Scene dell’Antico e del Nuovo Testamento (XVI secolo)







Madonna col Bambino e Santi
Pala dell'altar maggiore - Duomo


G.B. Cima - 1493




Particolare esterno della Sala dei Battuti, sopra il porticato del Duomo







Sala dei Battuti
La grande sala a geometria rettangolare, affrescata da vari artisti tra cui Francesco da Milano, molto suggestiva per la bellezza del soffitto completamente in legno e per l’armoniosa atmosfera resa dalle stupende trifore incastonate tra gli affreschi, lungo la parete che si affaccia in via XX Settembre. Le scene si ispirano ad episodi del nuovo e vecchio testamento e vanno dall’Annunciazione a Maria al Giudizio Universale.
La facciata della sala che dà in via XX Settembre è completamente affrescata (Ludovico Pozzoserrato) da scene che si rifanno ad episodi dell’Antico Testamento che si alternano a figure di Profeti e Sibille.

Francesco da Milano
Ascensione di Cristo
Sala dei Battuti


Francesco da Milano
Resurrezione di Lazzaro e ingresso di Cristo a Gerusalemme
Sala dei Battuti

Ludovico Pozzoserrato
Il peccato originale e la cacciata dal Paradio terreste
Sala dei Battuti

Ludovico Pozzoserrato
LA NATIVITA '
Duomo di Conegliano



L'annunciazione
Duomo di Conegliano
Ludovico Pozzoserrato



San Francesco che riceve le stigmate

Francesco Beccaruzzi

Olio su tela (cm. 444 x 255) commissionato dal Convento di San Francesco di Conegliano per l'altare maggiore della chiesa. Soppresso il convento nel 1806, passa di proprietà del Demanio e nel 1812 alle Gallerie dell'Accademia di Venezia.
Intorno al 1960 viene data in deposito al Duomo di Conegliano.

Il quadro raffigura nella parte superiore San Francesco d'Assisi che sul Monte La Verna riceve le stigmate. Nella parte inferiore, ci sono San Ludovico vescovo di Tolone, SAn Bonaventura, SAnta Caterina d'Alessandria, San Girolamo, San Antonio da Padova e l'apostolo Paolo.


Francesco Beccaruzzi

Pala di “San Marco tra San Leonardo e Santa Caterina d'Alessandria”

olio su tela del XVI secolo



9 – Palazzo Montalban Vecchio


Period: XIV secolo circa

Quest' antica residenza signorile, in stile rinascimentale, presenta delle arcate a tutto sesto nella parte inferiore, mentre essa risulta sobria ed elegante nella parte superiore. Al suo interno vi è uno splendido salone, dove una decorazione ad arcatelle in stucco incastonava le effigi dei maggiori rappresentanti della famiglia Montalban. Dopo il salone d'onore merita essere nominato l'appartamento della regina, così chiamato perchè vi fu ospitata Maria Amalia, figlia di Federico Augusto re di Polonia.Il restauro da poco effettuato ha ridato splendore ai pavimenti, agli stucchi e soprattutto ai bellissimi caminetti di Tiziano Spetti. Nel cortile si possono infine ammirare due statue romane del Basso Impero.
Inizialmente attribuito a Baldassare Longhena (1598-1682), l'edificio è stato oggi attribuito alla scuola dei Sanmichieli.
La famiglia Montalban è la più antica e famosa famiglia di Conegliano; il suo nome compare nel Maggior Consiglio cittadino sin dal 1180. Il nome originario dei membri di essa era, inizialmente, Della Fratta. In seguito l'imperatore Massimiliano decise di donare il titolo di conte a Pietro e ai suoi discendenti (1575). Di questa famiglia facevano parte personaggi illustri, dalla letteratura all'esercito.











10 – Ex Monte di Pietà




La facciata è opera del pittore fiammingo Ludovico Fiumicelli.

La diffusione dei Battuti nel Veneto Orientale fu soprattutto opera dei francescani, e legata in modo particolare a quella dei Monti di Pieta'. Lo testimoniano fra l’altro le committenze dei Rettori di quello di Treviso al Pozzoferrato e ad un altro pittore attivo a Conegliano, Ludovico Fiumicelli. Dai documenti d’altre confraternite sappiamo inoltre che i Battuti s’impegnavano specificamente per la conversione dei protestanti e degli Ebrei; i cui banchi di prestito erano stati autorizzati a Conegliano sin dal 1388.



11 – Porta Monticano


Porta Monticano o Porta Leone - Porta molto importante dal punto di vista strategico in quanto vigilava l’accesso alla città dalla parte del Monticano.
Sulla facciata esterna è affrescato il leone di S. Marco attribuito al Pordenone, e su quella interna uno in pietra, copia di quello scalpellato dai Francesi nel 1797, oggi nel lapidario, in Castello.




12 – Palazzo Sarcinelli




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Il palazzo è una lussuosa residenza costruita nel 1518 dai figli del nobile Antonio Sarcinelli di Ceneda, grazie al salvacondotto perpetuo ottenuto dal Consiglio dei Dieci di Venezia nel 1512, per la fedeltà e il valore dimostrato nelle battaglie contro gli imperiali della lega di Cambrai. Tale concessione permise loro di insediarsi a Conegliano liberandosi dalla persecuzione del patriarca Marino che li aveva persino incarcerati, per odio di casato, nell'isola di Cherso.
La struttura architettonica, di linee rinascimentali, è semplice ma imponente, caratterizzata essenzialmente da cinque alte arcate a tutto sesto, sostenute da colonne ornate con delle teste in rilievo, e da un'ariosa quadrifora affiancata da due monofore per lato, che "illuminano" il salone di ricevimento; quest'ultimo è decorato con chartouces di stucco raffiguranti dei guerrieri. L'entrata del palazzo è arricchito da un portale marmoreo, probabile reperto recuperato da una chiesa distrutta, che permette l'accesso ad un arioso porticato.
Nell'edificio furono ospitati molti personaggi illustri e sembra che le tele del salone di ricevimento rappresentino proprio alcuni di essi: Tommaso da Gaeta, generale dei Domenicani; Bona, regina di Polonia, nel 1556; Massimiliano, arciduca d'Austria; Enrico III, di re Francia, nel 1574. I ricevimenti organizzati per questi personaggi illustri furono sicuramente magnificenti e ne è testimone la cronaca del tempo:
"Il 14 luglio (1574) Enrico III che abbandonava la corona di Polonia per assumere quella di Francia, giunse sul far della sera a Conegliano accompagnato da duchi, conti e dai quattro ambasciatori mandatigli incontro dalla Signoria ai confini dello Stato Veneto, andò ad alloggiare nel palazzo Sarcinelli, dove era stata appositamente addobbata la sua stanza da letto con i sei preziosi arazzi della Confraternita dei Battuti. La Comunità aveva fatto costruire un'artistica fontana da cui continuamente doveva zampillare vino durante il soggiorno del re. Il giorno seguente Enrico III ascoltò la messa nella nuova chiesa di S.Maria dei Battuti, passeggiò per la città seguito da un codazzo di principi e preceduto dai tamburi e banchettò nella sala della sua residenza. Il terzo giorno Enrico III ascoltò la messa nella chiesa di S. Antonio, poi partì col seguito verso il Piave, che passò su un ponte di zattere appositamente costruito".

Il palazzo dopo il restauro




13 – Casa Longega



Casa Longega, XV secolo

Dalla caratteristica decorazione trecentesca a formelle in cotto sulle splendide arcate e capitelli.
Una lapide ricorda un episodio del 31 agosto 1791: Giovanni Bastianello, detto Moschino da Firenze, con un calcio fece arrivare fin qui un pallone che secondo la tradizione fu tirato dall’angolo di Casa Piutti.

L'edificio si evidenzia per le sue formelle, i suoi archi e i suoi capitelli del 1400, provenienti dalla demolita Cà di Dio, e per i suoi tre rozzi piccoli busti. Tutte le decorazioni sono in terracotta ed è proprio questa la particolarità di questo palazzo. Gli stessi addobbi vengono richiamati anche negli affreschi dell'interno.
Sulla facciata sono presenti degli stemmi lapidei che dimostrano l'appartenenza del palazzo alla famiglia Montalban.
L'edificio è situato accanto a Palazzo Sarcinelli, in Via XX Settembre.











14 – La gradinata degli Alpini

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14- La Gradinata degli Alpini
Inaugurazione.
Il 15 ottobre 1950, si tenne la cerimonia inaugurale della Gradinata degli Alpini e la posa di sette targhe bronzee in onore ai soldati della montagna, opera del concittadino Renato Breda. Le sei targhe, poste tre per parte ai lati dell'imponente scalea ricordano le sei divisioni Alpine: la Taurinense, la Tridentina, la Julia, la Cuneense, la Pusteria e le Alpi Graie; una più grande posta all'ingresso sinistro della Gradinata con la nuova scritta sormontata dall'aquila, emblema del Corpo Alpino.




15 – Casa Piutti

Periodo: Fine 1400

Quest'elegante palazzo veneziano fu fatto erigere su una preesistente costruzione medievale in stile gotico e rinascimentale. Gotiche sono le colonne del portico con i ricchi capitelli a fogliame e il singolarissimo poggiolo d'angolo in pietra arenaria, al secondo piano, posto sullo spigolo a nord-est tra le due piazze. Anche la distribuzione delle finestre nelle facciate appartiene allo stesso stile.
Il palazzo fu casa delle pubbliche scuole per diversi secoli; acquistato dal Comune da Rustico da Fiorenza, venne restaurato e adibito ad abitazione del precettore di grammatica durante il Rinascimento. Fu trasformato nella prima metà del Cinquecento assumendo le forme architettoniche e artistiche ancor oggi visibili.
Casa Piutti detta anche delle "Pubbliche Scuole" in quanto durante il Rinascimento e fino al secolo XVIII, fu l'abitazione del precettore di grammatica e sede delle pubbliche scuole.
Il palazzo è situato in pieno centro cittadino, all'angolo tra Via XX Settembre e la piazzetta XVIII Luglio, di fronte a Piazza Cima.


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16 - Fontana dei Cavalli o del Nettuno


Inizialmente era collocata nell'attuale piazzetta 18 Luglio 1866. Due secoli dopo, a seguito del restauro voluto dal podestà Sagredo, al centro fu collocato un obelisco, che vi rimane fino al 1770 quando in occasione di un ulteriore intervento viene sostituito con il Nettuno.
A seguito dell’inaridimento della sorgente del Brentazzo che la alimentava, e in concomitanza con il passaggio per Conegliano dell’imperatore Ferdinando I Augusto d’Austria (dopo aver cinto la sacra corona ferrea della Lombardia e del Veneto), assunse l'attuale collocazione (19 ottobre 1838)
La vasca è del 1337 ed è opera del veronese Filippo Spongadi.Il Nettuno seduto sulla conchiglia trainata da due cavalli marini, apparteneva al giardino di Villa Foscolo di Oderzo ed è stato aggiunto nel 1770.






Per gli abitanti di Conegliano e dei colli vicini il vino era diventato nel tempo il prodotto più importante quasi loro stendardo di nobiltà per mostrarlo all'intera europa. Nel 1574 al passaggio di Enrico III Re di Polonia che si recava a Parigi per essere incoronato Re di Francia la comunità di Conegliano fece sgorgare per un giorno intero dalla fontana del Nettuno il vino bianco dei colli.













17- Chiesa di S. Antonio da Padova


Chiesa di S. Antonio da Padova - La chiesa del Convento dei padri Cappuccini edificata nel 1943, su progetto dell'ing. Giovanni Morassutti, nei pressi dell'antico Convento dei Cappuccini (soppresso nel 1810 dai decreti napoleonici) che sorgeva dove oggi si trova l’ospedale civile. I Cappuccini arrivano a Conegliano nel 1593. Vi ritornano nel 1929 dopo un periodo di assenza. Successivamente alla Chiesta viene edificato il nuovo convento. Nel corso degli anni collezionano numerose opere d'arte che saranno disperse a causa delle soppressioni e solo alcune opere saranno restituite e collocate nella nuova struttura, come l'Ultima Cena (1590) di Pietro Bernardi da Verona.



Ultima Cena (1590) di Pietro Bernardi da Verona

Fra Semplice da Verona 1644








18 - Scuola enologica "Cerletti"






In una bella palazzina chiamata "La Bottega del Vino" è ospitata la Fondazione per l’Insegnamento Enologico ed Agrario; accanto a questa sorge l’imponente struttura dell’Istituto Tecnico Agrario con specializzazione in Viticoltura ed Enologia "G.B. Cerletti", fondata nel 1876 come prima scuola d’Italia specializzata in viticoltura ed enologia. Dalla sua fondazione l’Istituto ha potuto avvalersi dell’insegnamento di ottimi docenti, che contribuiscono alla fama ed al grande prestigio del quale gode: raccoglie allievi provenienti dalle diverse regioni ed è dotato delle più moderne strutture (laboratori, biblioteca, osservatorio meteorologico ...), di una sala degustazione e di un convitto in grado di ospitare una cinquantina di allievi.
Annessa all’Istituto è l’Azienda Agricola.
Tratto dal sito della scuola enologica.

La Scuola Enologica “G.B. Cerletti” di Conegliano è una realtà scolastica ricca di storia che narra la sua origine legata









allo sviluppo dell’agricoltura e della viticoltura del Veneto e alle prime vicende storico-politiche dalla nascita d’Italia.
Nel 1864 il medico ed agronomo Francesco Gera riesce a dar vita al primo esperimento di Scuola Agraria delle province venete che però dura poco, fino al 1867, per sopravvenuta morte del fondatore.
L’anno successivo Antonio Carpenè, chiamato ad
insegnare in questa scuola, interessa il Ministero
dell’Agricoltura e condivide con Giovanni Battista
Cerletti le idee e gli obiettivi per rendere vive le problematiche di viticoltura ed enologia e per recuperare i fondi che permisero poi il sorgere a Conegliano della prima Scuola Enologica d’Italia: venne istituita il 9 luglio 1876 con Regio Decreto di Vittorio Emanuele II; il direttore designato fu G.B. Cerletti.
Durante iI periodo della “Grande Guerra” vennero distrutti gli edifici e dispersi i patrimoni e solo l’opera del prof. Michele Giunti impedì che la sede della scuola fosse trasferita a Firenze.
Nel dopoguerra ci si adoperò per la costruzione di una nuova sede. L’attuale Istituto, progettato dall’ing. Bernardo Carpenè fu inaugurato il 24 settembre 1924 dal duce Benito Mussolini .
Nel 1927 si festeggiò il primo cinquantenario della Scuola e in quell'occasione fu anche inaugurata una Mostra internazionale d'arte ispirata alla vite e al vino; contemporaneamente, nel 1927, fu aperta al pubblico la Bottega del vino italiano, originale costruzione adibita attualmente a conferenze stampa, corsi ed incontri conviviali.







Con R.D. del 31 agosto 1933 la Scuola diventava Istituto Tecnico Agrario specializzato per la viticoltura e l’enologia.
Il 16 settembre 1936 l’Istituto, su disposizione ministeriale, fu intitolato al suo insigne fondatore e primo direttore, G.B. Cerletti. Gli anni della seconda guerra mondiale vedono ancora momenti difficili per la scuola che comunque riesce sempre pian piano a risollevarsi e a consolidare la sua fama. Nel secondo dopoguerra la Scuola aumenta il suo prestigio sotto la direzione del prof. Luigi Manzoni; ricercatore e sperimentatore, i suoi studi sulla genetica della vite, soprattutto gli incroci Manzoni sono tuttora noti e apprezzati.Da qualche decennio, L’Istituto Superiore “G.B. Cerletti” rinnova ogni 5 anni una serie di manifestazioni, convegni e varie attività per festeggiare l’anniversario di fondazione della Scuola Enologica di Conegliano.






Ma la Scuola Enologica non vive solo di fasti passati, progetta, ricerca ed innova; ora nel suo “Campus” trovano spazio l’Istituto Professionale per l’Agricoltura, l’Istituto Tecnico Agrario (l’attuale denominazione della scuola è “Istituto Statale di Istruzione Secondaria Superiore G.B. Cerletti”), l’Università di Padova (per il conseguimento della laurea in Scienze e tecnologie viticole ed enologiche), il Centro regionale per la viticoltura, l’enologica e la grappa di Veneto Agricoltura, i Consorzi delle DOC della Provincia, l’Assoenologi Veneto centro-orientale per promuovere tutti assieme proficue sinergie e collaborazioni di studio, di ricerca tecnico-scientifica, di marketing del vino e dei prodotti agricoli.
19 – Chiesa di SS. Rocco e Domenico









Eretta in occasione della peste del 1630 (quella del Manzoni).

L'attuale facciata è del 1901 su progetto dell’architetto veneziano Vincenzo Rinaldi.

Nella chiesa di San Rocco sono conservati l'altare maggiore e il tabernacolo in legno dorato risalenti al 1757 con la bella pala "Lo Sposalizio mistico di S. Caterina" attribuita al Pozzoserrato; gli affreschi del soffitto sono di Giovanni De Min (1827) e raffigurano l’Apoteosi dei Santi Rocco e Domenico.
L'edificio, esternamente, è di stile composito e frutto di lavori di molte epoche. La facciata attuale è opera novecentesca di Vincenzo Rinaldo (architetto della Chiesa di San Giovanni Battista a San Fior), tripartita e con tratti neoclassici: le tre parti sono divise da lunghe lesene ioniche, che terminano sotto l'architrave, al di sopra della quale uno spazioso frontone contiene bassorilievi.
La media altezza della facciata è centralmente decorata da un rosone inscritto in un quadrante, lateralmente aperta da due monofore a tutto sesto in cornice lapidea.
Nella parte bassa si accede al portale, attraverso un portico sostenuto da archi a tutto sesto, quello centrale abbellito da un timpano e da due colonnine ioniche.
La parete laterale sinistra è addossata a un palazzo, mentre quella di destra è visibile: molto in contrasto con la facciata, essa si presenta grezza e disadorna.
Dietro la struttura è presente il campanile: di piccole dimensioni e con una bifora per lato a livello della cella campanaria, esso si caratterizza per la terminazione a corona e per la mancanza di un orologio.



Attuale facciata del 1901,
progetto dell’architetto veneziano Vincenzo Rinaldi
"Lo Sposalizio mistico di S. Caterina",
pala attribuita al Pozzoserrato



Affresco del soffitto di Giovanni De Min(1827)
raffigura l’Apoteosi dei Santi Rocco e Domenico


20 Stazione FFSS




Due treni in sosta alla stazione di Conegliano: nella vecchia cartolina un treno diretto a Udine, nella fotografia l’intercity notturno Marco Polo per Napoli.

La stazione di Conegliano, solennemente inaugurata il 30 aprile 1855, sorge sulla linea Venezia - Udine, è la stazione di diramazione della linea del Fadalto per il Bellunese, e vede un notevole traffico di persone. Apprezzabile anche il movimento di treni, ha due binari di corsa, un terzo deviato per servizio viaggiatori solitamente riservato ai treni che qui hanno capolinea e un binario giardino che affianca l’ex magazzino merci sul quale in futuro dovrebbero attestarsi le automotrici da e per Vittorio Veneto. In corrispondenza del fabbricato viaggiatori ci sono altri due binari (il quarto e il quinto) utilizzati solamente per manovre e deposito.
È dotata di un importante scalo merci, che sorge un po’ discosto verso Udine oltre il ponte in ferro sul Torrente Monticano. Vede un discreto movimento carri. Dei locomotori si fanno carico delle tradotte per il raccordo Zoppas (fabbrica di elettrodomestici) di Susegana e il raccordo di San Giacomo di Veglia.



21-Piazza IV Novembre







L’Amministrazione Comunale, in collaborazione con la Consulta delle Associazioni Combattentistiche e d’Arma, in occasione dell’anniversario del IV Novembre, ogni anno celebra l’ anniversario della Vittoria nella Grande Guerra e la festa dell’Unità Nazionale e delle Forze Armate, per rendere omaggio ai Caduti di tutte le
guerre.

Per coinvolgere le giovani generazioni la celebrazione è legata ad un concorso letterario.
"Da anni il Comune di Conegliano, grazie alla fattiva partecipazione della Consulta Coneglianese delle Associazioni Combattentistiche e d’Arma, coinvolge le scuole medie cittadine in un concorso letterario che vuole spronare non solo all’analisi storica ma anche alla riflessione sul valore e l’importanza della pace – e mantenere viva la memoria di quanti si sono sacrificati per la libertà.





22 - Chiesa di S. Martino e Rosa




"La Natività", pala di Francesco da Milano e varie sculture lignee di frate Elia, come la cassa dell’organo o la corona dell’altare maggiore le conferiscono una calda maestosità. Durante il primo conflitto mondiale la chiesa subì depredazioni e danni.
Recenti lavori di restauro hanno riportato alla luce una parte della vecchia chiesa del XIII secolo.
Le prime testimonianze scritte della coltivazione e produzione dell’antico vitigno di Marzemino nell’ Altamarca trevigiana risalgono al 1560 in un documento del monastero dei SS. Martino e Rosa di Conegliano. Il padovano Lando scrive che le uve marzemine appassite sulla pianta o sui graticci producono un vino dolce che nel cerimoniale della Serenissima era aperitivo, ma anche dessert con il marzapane.









Ludovico Toeput
(detto il Pozzoserrato)

Pala di San Sebastiano,
Santa Barbara e San Rocco
(1593)








Francesco da Milano Natività, l'adorazione dei pastori
(1530)






Particolare dell'altare del Rosario



Via XX Settembre - "Contrada Granda"



Palazzo Montalban Vecchio
splendido ed imponente edificio cinquecentesco, fatto erigere dalla più antica e nobile famiglia di Conegliano: i Montalban.

Casa Piutti,
XV secolo
Palazzo Piutti - Dalla Balla, pregevole fusione di modi gotici e rinascimentali, modificato nei secoli così da adeguarsi ai diversi stili e destinazioni (palazzo nobiliare, edificio scolastico...). E' detta anche delle pubbliche scuole, in quanto, durante il Rinascimento e fino al secolo XVIII, fu l’abitazione del precettore di grammatica e sede delle pubbliche scuole.




Porta Ruio, trecentesca, rifatta nell'800, ora Porta Dante



Casa Longega, XV secolo
dalla caratteristica decorazione trecentesca a formelle in cotto sulle splendide arcate e capitelli.
Una lapide ricorda un episodio del 31 agosto 1791: Giovanni Bastianello, detto Moschino da Firenze, con un calcio fece arrivare fin qui un pallone che secondo la tradizione fu tirato dall’angolo di Casa Piutti.








l’ex sede del Monte di Pietà, cinquecentesca, adorna di notevoli affreschi attribuiti all’artista rinascimentale Ludovico Fiumicelli (sono stati pure avanzati i nomi del Pordenone e del Beccaruzzi).



Il cinquecentesco Palazzo da Collo, che incorporava quale cappella gentilizia la chiesa di Santa Maria in Piazza o dell’Assunta.
La facciata dell'oratorio spicca grazie alla quattro semicolonne che fanno da cornice al portale d'ingresso. Sul grazioso altare del cinquecento un dipinto del 1633 di pittore sconosciuto "L'Assunzione di Maria e San Carlo Borromeo". Sul pavimento la tomba di famiglia.
Palazzo Montalban Nuovo, neoclassico, costruito dallo Zorzi alla fine del Settecento, interessante esempio di architettura neoclassica, uno dei più bei palazzi dell'intera contrada, particolare per la presenza di due facciate. Ospitò vari persognaggi tra cui Napoleone.


Oratorio Beata Vergine della Salute
Fatto costruire da Rinaldo Montalban nel 1652, in occasione della peste, si affaccia lungo via XX Settembre. In in origine era collegato, attraverso un passaggio ancora esistente, con Palazzo Montalban Nuovo. La facciata, pulita e liscia si sviluppa su un porticato a tre arcate. La parte superiore della facciata è decorata con motivi geometrici che richiamano il profilo architettonico dell'impianto strutturale.


Oratorio dell'Assunta
Piazza Cima









Oratorio Beata Vergine della Salute
Oratorio Beata Vergine della Salute
L'interno dell'oratorio è impreziosito da un altare del seicento in pietra e marmo policromo e da una pala centinata raffigurante il dipinto "Madonna incoronata da Angeli", di Antonio Zanchi.



Palazzo Municipale
Seconda metà del XVIII secolo. Il progetto originario era dell’architetto trevigiano Ottavio Scotti. Rimaneggiato nel secolo scorso. Nel sottoportico busti e lapidi, una delle quali dedicata a G. B. Cima.
Il soffitto della sala consiliare contiene tre affreschi incorniciati da stucchi. L’ovale centrale raffigura Giove, con gli dei dell’Olimpo, che consegna a Conegliano il libro delle sue leggi; gli affreschi laterali rappresentano la Gloria che incorona un guerriero e le Arti della Pace che inneggiano all’avvenimento. I dipinti potrebbero celebrare l'elevazione di Conegliano a rango di città nel 1837, concessa, con decreto, dall'imperatore d'Austria Ferdinando I.


Palazzo Sarcinelli
Del secondo '500, monumentale esempio di palazzo veneto rinascimentale, sede della Biblioteca Civica e della Galleria d’Arte Moderna (1988), ospita mostre nazionali ed internazionali (Guccione, Sutherland, Morlotti, Schifano, ecc.). Il salone centrale è decorato con pregevoli stucchi.
L’edificio, con alla base un ampio porticato, si presenta con una linea architettonica abbastanza semplice e lineare. Nella facciata si aprono quattro monofore ed una ariosa tetrafora centrale. Costruito dalla Famiglia Sarcinelli di Ceneda, ha ospitato personaggi illustri come la regina Bona di Polonia nel 1556, Massimiliano arciduca d’Austria ed Enrico III re di Francia 1574.

Teatro dell’Accademia

Neoclassico, progettato all'architetto udinese Andrea Scala, XIX secolo
Ultimato nel 1868, durante il dominio austriaco. Sostituì il vecchio Teatro Concordia, in Contrada Borghetto (via Teatro Vecchio).

Piazza XVIII Luglio - Impreziosita dal pozzo del '400


















Villa Gera


Neoclassica Villa Gera Sinopoli dall’imponente facciata ornata da un pronao ad otto colonne è opera dello Jappelli.
Il frontone è decorato da bassorilievi eseguiti dal Casagrande.
Villa Gera fu voluta nel 1830 dall'omonima nobile famiglia, su commissione di Bartolomeo Gera, che chiese la mano dell'architetto Giuseppe Jappelli per il progetto; la costruzione di questa villa era destinata a modificare fortemente lo sguardo sul colle, divenendo uno degli edifici più caratteristici di Conegliano: essa infatti, ergendosi sulla parte alta del Colle di Giano, oltre a dominare tutta la città e la pianura coneglianese, si frappone tra il Castello e la parte alta del centro storico, dove sorge il Convento di San Francesco.
Nel 1837 fu chiamato Giovanni De Min, perché affrescasse il salone della villa, con episodi storico-mitologici.Nel primo Novecento la villa fu luogo di occupazione tedesca durante le due guerre, perdendo parte degli affreschi proprio in occasione di un incendio divampato nel 1943.

Villa Gera è un edificio in stile neoclassico, del quale l'imponente facciata è l'elemento più rappresentativo: essa è caratterizzata da un ampio pronao con dieci colonne ioniche, che sostiene l'architrave del portico del piano nobile; sopra un grande frontone contiene in rilievo il gruppo scultoreo L'architettura accoglie le arti sorelle, opera dello scultore canoviano Marco Casagrande.
Gli interni custodiscono, nel salone, preziosi affreschi neoclassici di Giovanni De Min: sia le pareti sia il soffitto sono interessati da episodi della vita di Giulio Cesare, sui quali spicca la grande pittura del soffitto con Vittoria di Cesare sugli Elvezi.








Villa Canello

Villa Canello fu progettata, con le sue forme neoclassicheggianti, nel Settecento per essere l'elegante residenza dell'omonima famiglia.
Dopo aver subito una lunga decadenza durante il XX secolo, negli anni 2000 la villa ha beneficiato di un restauro integrale, che l'ha riportata allo splendore originario.
La struttura del complesso di Villa Canello è a L, con la facciata che guarda verso est, sull'area della città attraversata dal Monticano e sui colli di Monticella, dove si distingue il profilo di Villa Paccagnella.
Il corpo principale, disposto complessivamente su tre livelli, è caratterizzato da una parte centrale più alta timpanata e da pinnacoli a forma di obelisco sulle estremità del tetto.
Il piano nobile, evidenziato dai due marcapiani, si distingue per la presenza di una serliana, le cui aperture sono inserite tra semicolonne ioniche.
Il resto del complesso, inserito ortogonalmente sul lato nord, presenta le caratteristiche dell'edilizia rurale dei colli circostanti: un corpo minore di due piani collegato al volume principale e un corpo maggiore disposto su tre livelli, caratterizzati da una regolare forometria, composta da monofore rettangolari; da notare i due arconi a tutto sesto del piano terra, con quello di desta che attraversa tutta la larghezza dell'edificio, con funzione di sotoportego.

Villa Giustinian


Villa Giustinian fu edificata nella seconda metà del XVII secolo come residenza gentilizia da dal marchese Agostino Soaver; la famiglia Giustinian, ascritta al patriziato veneziano e la più nobile a cui la casa appartenne, le diede il proprio nome.
La villa si compone di più corpi. Quello centrale, adibito ad abitazione gentilizia e rivolto verso la vallata antistante (dove scorre il Monticano) e verso il Colle di Giano, si compone di due livelli più un blocco centrale rialzato e sovrastato da timpano, contenente un affresco con lo stemma della famiglia Giustinian. Tutto il sottotetto è percorso da un largo cornicione dentellato.
Gli altri edifici, di diverse forme e di dimensioni minori, ricalcano con eleganza gli stilemi dell'architettura rurale dei colli coneglianesi.
Villa Giustinian possiede una cappella privata autonoma dedicata a Sant'Antonio, posta a lato del corpo centrale: la facciata a capanna dell'edificio sacro si caratterizza per la presenza di un grande frontone dentellato, poggiante ai lati su due grossi pilastri; la forometria di tale prospetto consta di una finestrella a mezza luna e di un portale rettangolare.




Villa Paccagnella


Villa Paccagnella fu voluta nella seconda metà del XVII secolo dall'omonima famiglia del patriziato veneziano (che ne è ancora oggi proprietaria), perché divenisse la sua residenza estiva nell'entroterra veneto. Si attribuisce il progetto all'architetto Baldassare Longhena, attivo soprattutto a Venezia, dov'è maggiormente noto per capolavori come Ca' Pesaro, Palazzo Zane Collalto o la Madonna della Salute.
Nel 1766 un pittore lombardo impreziosiva con opere pittoriche le sale della villa: tuttavia l'opera andò perduta durante gli eventi della prima guerra mondiale, quando la villa subì danneggiamenti. Oggi, restaurata e ricondotta all'aspetto originario, Villa Paccagnella è dimora privata che ospita eventi mondani e ricevimenti.
Da Villa Paccagnella, grazie alla sua posizione panoramica, si dominano tutta la città e la pianura veneta a sud, verso cui guarda la facciata, i colli (specie i dintorni di Ogliano) e l'arco prealpino a nord. La nobile struttura è inserita in un ampio parco con piscina neoclassica.
L'edificio si compone di un unico stabile tripartito: un corpo centrale più sviluppato in profondità e in altezza e due corpi laterali simmetrici.
Un grande scalone conduce al portico della facciata, aperto da un colonnato, dal quale si accede al portale d'ingresso, in cornice lapidea terminante in un timpano spezzato.
Al piano nobile tre grandi monofore a tutto sesto chiuse da balaustra e inserite tra semicolonne ioniche. Sopra ad esse un grande frontone dentellato con tre statue alle estremità.
I corpi laterali presentano due livelli di monofore, il primo a tutto sesto e il secondo rettangolari; in alto, al di sopra di una cornice dentellata, scorre una balaustra.
Gli interni, di grande eleganza e sobrietà, contengono ancora gli arredi originali
Villa Moretti

Villa Moretti è un edificio risalente al XIX secolo, dimora della famiglia Moretti. Come le altre tre ville venete di Monticella di Conegliano, anche Villa Moretti ha perso quasi totalmente i caratteri originari della sua collocazione, venendo inglobata in una zona a forte densità abitativa, dovuta alla crescente urbanizzazione del quartiere nella seconda metà del XX secolo.
Ancora casa dei Moretti, oggi la villa è in buono stato di conservazione.
Villa Moretti si compone di un edificio padronale più degli annessi minori, rimaneggiati o di epoca presumibilmente successiva.
L'edificio padronale è a pianta rettangolare, con un blocco centrale più alto e due ali laterali, il tutto disposto secondo una perfetta simmetria. La facciata vede i quattro piani della parte centrale evidenziati dalla disposizione delle aperture e da delle sottili cornici marcapiano. La forometria consta di tutte monofore rettangolari, organizzate, al piano terra, intorno al semplice portale, ai due piani superiori, intorno a una monofora più grande con parapetto.
Fa eccezione il terzo piano, dove si trova l'elemento che più conferisce eleganza all'altrimenti disadorna facciata: si tratta di una trifora trilobata a sesto acuto, di ispirazione veneto-bizantina, ai lati della quale si ergono due alti comignoli di forma ottagonale; questi due elementi sono gli unici a spuntare al di sopra della vegetazione del piccolo giardino addossato alla villa, dividendola dal traffico della strada antistante.
Le due ali seguono uno schema analogo a quello del blocco centrale, ma si differenziano da esso per la mancanza del terzo piano, qui sostituito da un ammezzato aperto da finestre ovali.
A sinistra dell'edificio padronale è annessa una piccola struttura di un piano con terrazza. Sul retro un altro annesso di piccole dimensioni, disposto su due livelli e rimaneggiato, richiama le forme dell'edilizia rurale.
Villa Fabris Giavi

La residenza della famiglia Fabris fu costruita nel XIX secolo, sul lieve pendio di via Bidasio degli Imberti, in una zona destinata a diventare, nella seconda metà del XX secolo, una delle più densamente popolate della città.
Edificio di buone dimensioni racchiuso nella parte anteriore da un muro di cinta, all'interno del quale ha luogo il giardino, Villa Fabris Giavi è formata da un unico edificio a pianta quadrangolare.
La facciata ricalca le forme dell'edificio padronale delle ville venete sei settecentesche, con la parte centrale rialzata e terminata da un timpano dentellato.
Le aperture, disposte simmetricamente, disegnano i tre livelli di cui la struttura si compone: al piano terra, con superficie in bugnato, tre monofore rettangolari per lato si dispongono intorno al portale centrale; al piano nobile, diviso dall'inferiore per mezzo di marcapiano, le aperture sono a tutto sesto, con al centro una trifora con balaustra; il secondo piano, con piccole aperture rettangolari, è variato sotto il timpano da una più ampia monofora a tutto sesto balaustrata.
Sulla sommità dei due angoli della facciata e sullo spigolo più alto del timpano, sono posti dei piccoli elementi scultorei.

Villa Bortolon

Villa Bortolon è un edificio risalente al XVII secolo, ricordata come residenza della famiglia locale dei Bortolon.
Nei secoli, con l'espandersi del centro di Conegliano e con la forte urbanizzazione dell'area dove sorge la villa, adiacente al grande complesso industriale Zoppas (ora Setteborghi), l'originale contesto in cui Villa Bortolon era inserita si è completamente perduto.
Tra la fine del XX secolo e gli anni 2000, l'area comprendente la villa e le architetture industriali novecentesche che le erano annesse è stata oggetto di valorizzazione, nonché di un restauro che ha tolto Villa Bortolon dal degrado.
Edificio di medie dimensioni, Villa Bortolon si presenta con una facciata seicentesca, addossata alla strada. La perfetta simmetria fa sì che due coppie di monofore rettangolari si dispongano lateralmente, al piano terra, al portale (raggiungibile attraverso due brevi gradinate) e, al piano nobile, alla monofora a tutto sesto centrale, dotata di balaustra.
Sopra, un ammezzato occupa il sottotetto, al quale danno respiro quattro piccole finestre ovali; centralmente è presente una parte rialzata, in corrispondenza di un grande abbaino: tale rialzo è sovrastato da un timpano, aperto da una monofora a tutto sesto balaustrata e affiancato da delle piccole volute.
Villa Civran Morpurgo Pini-Puig


Villa Morpurgo fu costruita nel XVII secolo, dimora dei Montalbano, dei Civran, dei Morpurgo; ora è di proprietà della famiglia Pini-Puig.
Una cappella gentilizia fu demolita alla fine del XIX secolo e la pala d'altare che vi si conservava fu trasferita e ora si trova nella Chiesa dei Santi Martino e Rosa.
Nel XX secolo gran parte del parco e della campagna della villa sono state occupate da una fitta edilizia abitativa, che ha fatto del colle di Monticella e delle sue aree rurali una dei quartieri più popolosi della città.


Particolare con affreschi dell'annesso
Villa Civran Morpurgo Pini-Puig si presenta come un edificio di due piani sviluppato in lunghezza, perpendicolarmente al pendio del colle, racchiuso da un muro aperto da cancellate, sui cui pilastri poggiano delle sculture con fanciulli in atteggiamento giocoso o con strumenti musicali.
La facciata è simmetrica, con la parte centrale sovrastata da un grande timpano, sulla sommità del quale campeggia una piccola statua rappresentante un putto. Sotto il timpano si collegano a una spessa architrave quattro lesene di ordine ionico, che tripartiscono questa parte della facciata, dove si trovano il portale e le tre monofore maggiori del piano nobile. La forometria dell'abitato consta di sole monofore quadrangolari, alcune inscritte in arco cieco.
All'interno, al piano nobile, sono presenti i saloni, alcuni dei quali contengono preziose decorazioni.
Davanti alla villa è presente un unico annesso superstite, inserito nel muro di cinta e costituito da un edificio di due piani di piccole dimensioni a pianta rettangolare; sulle pareti esterne, molto rovinati, si vedono ancora dei decori a fresco.
Sul lato nord del parco fino alla sommità della collina, è presente l'unica parte della campagna originale non ancora edificata, al centro della quale c'è una tipica casa rurale, in posizione equidistante da Villa Morpurgo e Villa Lippomano.
Villa Soldera




Villa Soldera è fu edificata nel XIX secolo per divenire la dimora dell'omonima famiglia locale.
In origine situata in zona a bassa densità abitativa e periferica, si trova oggi inserita in un contesto profondamente urbanizzato. Attualmente in buona conservazione, la villa è ancora dei Soldera.
Espressione tarda di villa veneta, come la vicina Villa Moretti, Villa Soldera è un complesso di disposto su due livello e sviluppato il lunghezza lungo il dolce pendio del colle di Monticella.
Il corpo centrale, a pianta quadrangolare, ha una facciata aperta da monofore rettangolari in cornice lapidea, disposte regolarmente a segnare i due livelli, evidenziati anche da un marcapiano. Sulla sommità, in corrispondenza del portale (anch'esso rettangolare), c'è un timpano con inscritta una finestra circolare; sopra di esso campeggia un elemento scultoreo a forma di vaso, terminato da un motivo floreale in ferro battuto.
A destra del corpo principale è presente un rustico di piccole dimensioni, leggermente più basso ed anch'esso disegnato su due livelli, secondo le forme dell'architettura rurale del coneglianese.
Convento di Sant’Antonio


Il Convento di Sant'Antonio era un grande complesso conventuale di Conegliano, situato in Parco Rocca e dotato di una grande chiesa dedicata al santo protettore. Oggi, ciò che resta del complesso è anche detto Villa Rocca.
Il Convento di Sant'Antonio ha il suo sviluppo nel XVI secolo, quando è uno dei più importanti e ricchi della città, dotato di una chiesa annessa, edificio a tre ampie navate in stile gotico, contenente affreschi del 1514 nella parte absidale, opera del Pordenone.
Nel XVIII secolo il convento fu soppresso per volontà della Repubblica di Venezia e nell'Ottocento, dopo lungo abbandono, il complesso fu vittima di crolli, dopo i quali rimase ben poco dell'originaria struttura.
Ciò che rimase del convento fu convertito in villa veneta e prese nome di Villa Rocca, ancor oggi dimora privata.
Il chiostro
Attualmente sono visibili, in buone condizioni, i pochi resti del convento, situati lungo la breve via che collega Piazzetta Duca d'Aosta e il cuore di Parco Rocca: l'edificio superstite è un piccolo braccio dell'originario volume, del quale si è salvata la relativa parte di chiostro con portico aperto da archi a tutto sesto e coperto da volte a crociera, un tempo abbellite da affreschi. La forometria del primo piano è costituita da monofore. La costruzione, a due piani, si nota per l'intonaco rosso.
La chiesa
Uscendo da piazzetta Duca d'Aosta, poco oltre i resti del chiostro (ubicati a destra), sulla sinistra si vede una casa privata denominata Villa La Grassa: la parte posteriore di tale edificio altro non è che l'abside della Chiesa di Sant'Antonio Abate, unico elemento giunto a noi di essa.
Qui è stata rinvenuta una preziosa parte dell'affrescatura originale del Pordenone, Madonna con Bambino tra i Quattro Santi (rispettivamente Santa Maddalena, Sant'Ubaldo, Sant'Agostino, Santa Caterina): questo affresco fu staccato per essere trasferito nel Museo civico di Conegliano, dove lo si può attualmente visitare.


Villa La Grassa
Casa del Re di Cipro
XV secolo
Apparteneva a Guido di Lusignano, marito di Caterina Cornàro regina di Cipro
La facciata è poggiata su tre arcate e arricchita dalla bella trifora posta nella parte superiore.
Casa Carpené, detta del re di Cipro conserva sulla facciata ancora parte degli affreschi eseguiti verso la fine del Quattrocento dal Pordenone (1473)



Casa del Re di Cipro
L’edificio risalente al XV secolo, risalta rispetto alle case vicine per la bella facciata poggiata su tre arcate e arricchita dalla bella trifora posta nella parte superiore. Sono visibili sulla facciata tracce di affreschi eseguiti da Dario da Pordenone nel 1473. L’edificio deve il suo nome al fatto che apparteneva a Guido di Lusignano, marito di Caterina Cornaro regina di Cipro.






Palazzo Gera-Minucci



Palazzo Gera-Minucci - Edificio del ‘700 - all'interno affreschi attribuiti a Gianbattista Canal. All’interno del giardino su cui si affaccia la facciata posteriore, nel marzo del 1867 venne ospitato Giuseppe Garibaldi che dal balcone parlò alla gente radunata sulla strada.

A fianco abbiamo Casa Marchetti-Zava - antico e rinomato Albergo della Posta dove, nei secoli scorsi avveniva il cambio dei cavalli per le diligenze e dove si spediva e si riceveva la posta. Fra gli ospiti illustri spiccano Napoleone, Ferdinando re delle due Sicilie e papa Pio VI.


Villa Gera Amadio Maresio


Villa Maresio fu costruita nel XVII secolo e fu dimora di numerose famiglie nobili della zona, i Gera, gli Amadio e, ultimi, i Maresio, di cui è ancora la proprietà.
Curiosa la vicenda della denominazione "Palazzo delle Anime", dovuta a una leggenda locale, secondo la quale vi visse una giovane donna che, una volta stancatasi dei propri uomini, li gettava nei sotterranei finché morivano: ancora secondo la leggenda, i lamenti e le grida delle loro anime imprigionate si udirebbero anche ora uscire dai muri della villa.
Villa Maresio è un edificio di tre piani, con la parte centrale sopraelevata e terminante con un timpano dentellato. Le due facciate sono uguali e simmetriche: nella parte centrale sono aperte da tre portali al piano terra, ai quali corrispondono, al piano nobile e al secondo piano, due trifore a tutto sesto con mascherone in chiave.
Le due ali presentano coppie di monofore rettangolari ai due piani, mentre nel sottotetto vi sono due coppie di finestrelle ovali.




COSTA DI CONEGLIANO
Chiesa di San Silvestro I papa
Consacrata nel 1853 dal vescovo Bellati, sebbene fosse parrocchia dal 1506. Il territorio, in origine molto esteso, comprendeva anche la Chiesa di S. Rocco.
Del notevole patrimonio artistico, ivi conservato, fanno parte anche alcuni dipinti provenienti dal convento dei cappuccini di Conegliano, soppresso alla fine dell'Ottocento


Incoronazione della Madonna e i santi Benedetto e Romualdo
Giovanni Battista Lazzarini
(1770)
Chiesa di Costa
San Giovanni Battista tra i santi Antonio da Padova e Osvaldo di Northumbria (1630)
Chiesa di Costa




Madonna col bambino in gloria tra i Santi Antonio da Padova, Girolamo e Lucia
Mathias Grempsel (XVII sec)
Oratorio della Presentazione della Beata Vergine (o Madonna della Salute)
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SANTA CATERINA




Chiesa di S. Caterina - Ca’ di Dio - Splendido portale del XV secolo. Al suo interno si trovava la Pala del Pozzoserrato, Matrimonio Mistico di S. Caterina, oggi collocata nella chiesa di S. Rocco. Il complesso originario comprendeva la chiesa di S. Caterina e l’ospizio della Ca’ di Dio, una struttura di cui si hanno notizie già dal 1270, gestita dai Battuti (vedi stemma) e destinato ad accogliere i pellegrini e i poveri. La struttura nel 1782, per volontà dei Battuti, venne trasformata in ospedale e successivamente nel 1820 venduta a privati.



Oratori


Oratorio Beata Vergine della Salute
Fatto costruire da Rinaldo Montalban nel 1652, in occasione della peste, si affaccia lungo via XX Settembre. In in origine era collegato, attraverso un passaggio ancora esistente, con Palazzo Montalban Nuovo. La facciata, pulita e liscia si sviluppa su un porticato a tre arcate. La parte superiore della facciata è decorata con motivi geometrici che richiamano il profilo architettonico dell'impianto strutturale.














Oratorio dell'Assunta
Piazza Cima





Oratorio B.V. del Carmine

Oratorio Natività di Maria Vergine - Piazzetta Beccaruzzi
















Oratorio dell’Annunziata
QUARTIERE SETTEBORGHI

E’ attualmente in corso di realizzazione un avanzato quartiere residenziale, suddiviso in sette borghi denominato appunto Setteborghi.


A Conegliano, a ridosso del centro e ai piedi delle colline e del castello, l’area Zanussi, che ha ospitato per oltre 50 anni uno degli insediamenti industriali di maggior rilievo della regione, è stata recentemente dismessa e viene ora ad essere protagonista di una nuova, profonda trasformazione della città, con un avanzatissimo quartiere residenziale, attualmente in corso di realizzazione, su una superficie di 190.000 metri quadrati. Sull’area, che varrà suddivisa in sette borghi, sorgerà infatti la nuova Conegliano.
- Borgo Fonderia conterrà il nuovo centro amministrativo e culturale: il Municipio con la grande piazza e parcheggio interrato, l’Auditorium ricavato nel fabbricato dell’ex fonderia, edifici direzionali e un parco educativo con sculture di maestri italiani.
- Borgo Ipsia comprenderà invece gli edifici scolastici, con un ampliamento dell’ istituto precedente e l’inserimento di una scuola primaria in una vasta cornice di verde pubblico.
- Borgo Pittoni è stato concepito come una zona residenziale di ville urbane che permettono la vista sul parco, con due percorsi pergolati per collegare il marciapiede di via Pittoni con la pista ciclabile e il canale-fontanache delimiterà la zona
residenziale.
- Nel Borgo Monticano, un edificio direzionale si aprirà verso il Monticano determinando al suo interno un giardino,a completamento del disegno paesaggistico del parco fluviale.
- Borgo Porta, posto all’estremità dell’area, rappresenterà invece la nuova Porta della città, con edifici residenziali e commerciali che si svilupperanno intorno ad una piazza/parcheggio porticata.
Degli edifici residenziali faranno parte anche alcune ville urbane di nuova concezione con giardino pensile.
- NelBorgo Battisti, sei palazzine sono previste in direzione nord-sud per permettere la vista sul castello; l’edificio lungo la via del Municipio sarà residenziale con attivitàcommerciali al piano terra.
- Infine Borgo Parco, collegato al centro da un sottopasso ciclopedonale sotto la ferrovia, sarà costituito da tanto verde, un albergo e altre attività di servizio terziario quali un asilo nido, la scuola materna e un poliambulatorio.
nuovo parco, di nuove strade e di nuove infrastrutture.
Nell’area sorgeranno complessivamente circa 800 unità abitative residenziali (suddivise per differenti tipologie e composte da ville-urbane, edifici verticali e fabbricati in linea), un grande edificio direzionale ad uso uffici, un albergo da 120 camere, la nuova sede municipale di Conegliano, un auditorium, un supermercato, edifici ad uso scolastico e assistenziale.
Un’area vasta ed articolata come la Ex area Zanussi ha permesso all’architetto internazionale Boris Podrecca di progettare un quartiere davvero completo. Al progetto non manca nulla: le case, gli uffici, le zone commerciali dedicate allo shopping, un vasto parco di quattro ettari, il giardino attrezzato per i bambini, una nuova grande piazza, nuove strade di collegamento, piste ciclabili, il nuovo municipio monumentale e ancora: piazzette, angoli di verde, viali alberati e collegamenti con il centro storico tramite sottopassi. Tutto connotato da una particolarità esclusiva: da ogni luogo, da ogni singolo borgo dei sette che formano i Setteborghi, si gode la vista maestosa della collina, dei suoi vigneti e del suo antico castello.





Dama Castellana


Interventi danzati, tamburi e sbandieratori, artisti che esprimono le loro arti, acrobati, mangiafuoco. Tutto come allora, come nel tempo antico. Forza, bellezza, armonia, creativita', spettacolo, suggestioni ed emozioni in un convivio dei nostri giorni ispirato alla crisi del XVI secolo.



Una delle più importanti manifestazioni storiche d’italia, rievoca in chiave rinascimentale un’antica battaglia avvenuta nella seconda metà del 1200 tra coneglianesi e trevigiani.
In quel tempo i trevigiani, capeggiati dalla nobile famiglia degli ezzelini, assediavano il castello; ma i coneglianesi, grazie ai rinforzi ricevuti da azzo d’este e riccardo di san bonifacio, sconfissero gli avversari, fino ad allora invincibili.
La leggenda narra che i vinti, costretti dai vincitori portarono gli avversari sulle spalle fino alla sommità del castello di conegliano.


La manifestazione rievoca in chiave rinascimentale, questa antica battaglia attraverso la partita di dama vivente che, oltre al valore simbolico della disputa, rappresenta un motivo per ammirare splendidi costumi d’epoca che provengono dall’italia e dall’europa: preziosi velluti, estrose decorazioni, alamari e cappelli, piume e gioielli.


All’evento partecipa un imponente corteo storico composto da centinaia di figuranti in costume, cavalieri e uomini di chiesa rappresentanti della Repubblica di Venezia e nobili che sfilano in rappresentanza dei 12 quartieri della città, contornati da tamburi, sbandieratori, danze e musiche rinascimentali.
L’Associazione dama Castellana è una associazione di carattere storico-culturale, che affonda le proprie radici nel Rinascimento Italiano.

Costruita sull’impegno di circa 600 volontari, l’Associazione nasce come rievocazione storica di una antica battaglia svoltasi tra i coneglianesi ed i trevigiani nel 1231. Vittoriosi i coneglianesi, furono portati a spalle dagli avversari, lungo una ripida stradina, Calle Scoto de Scoti o Calle degli Asini, sulla collina ove sorgeva e sorge ancora il castello della città di Conegliano.

La tenzone venne riproposta nel 1960 in forma spettacolare attraverso una partita di dama vivente, ove coneglianesi e trevigiani erano impersonati da due quartieri di Conegliano - Porta Dante e Porta Monticano.

In seguito ad una pausa, l’Associazione Dama Castellana venne ricostituita nel 1984, dando questa volta non più una impostazione Medievalistica, bensì Rinascimentale, sulla scia di una ripresa dei festeggiamenti della vicenda del 1231 svoltisi a Conegliano nel ‘500, epoca del pittore Giambattista Cima originario della nostra città.

Attraverso ricerche storiche e sapienti manifatture di sarti ed artigiani, furono realizzati i costumi rinascimentali che sono a tutt’oggi parte integrante del patrimonio dell’Associazione.

La Dama Castellana, oltre a riproporre a scadenza annuale lo spettacolo di dama vivente, ha via via ampliato il proprio raggio di azione.

Vi è stata una attenzione per il territorio, promovendo la cultura locale attraverso il recupero delle tradizioni.

Si è così dato inizio alla “Festa dell’Uva”, alle degustazioni di vini “Gente e Vino” ed al Concorso “EnoConegliano” dedicato ai vini regionali a denominazione di origine ed a indicazione geografica.

L’Associazione Dama Castellana inoltre attraverso il “Premio Civilitas - Civiltà nella Comunità” sostiene, sensibilizzando l’attenzione pubblica, il lavoro di figure che interpretano il loro agire come impegno da indirizzare al sociale ed alla collettività.

Coprendo l’intero arco dell’anno, l’Associazione Dama Castellana si inserisce nel panorama regionale diversificando le proprie attività e prestando attenzione al recupero ed alla rivisitazione del passato e delle tradizioni.
Nasce così un percorso culturale che vede la storia protagonista nel momento in cui viene custodita per essere riproposta, ma nel contempo interpretata con modalità moderne.

Giambattista Cima da Conegliano
pittore coneglianese (1459/60-1517/18)
Giambattista Cima è uno dei maggiori pittori di scuola veneta del Rinascimento italiano.
Nasce a Conegliano nel 1459-60, da una modesta famiglia di cimatori di panni di lana.
Le sue opere sono esposte in tutto il mondo: Gallerie dell'Accademia (Venezia), Brera (MI), Louvre (Parigi), National Gallery (Londra), Gemalde Gallery (Berlino), Ermitage (San Pietroburgo), National Gallery (Washington).

Polittico di San Fior
tempera su tavola (1508)
Chiesa Parrocchiale di San Fior di Sopra (TV)
Restaurato nel 1993 si presenta ora in tutto il suo splendore. E' formato da 8 pannelli, disposti su tre ordini.
Al centro il Battista, patrono della Chiesa madre di San Fior di Sopra. Ai lati i Santi protettori delle chiese da essa dipendenti: a sinistra S. Pietro (Zoppè) e S. Lorenzo (Pianzano); a destra S. Fiorenzo (S. Fior) e S. Vendemiano (S. Vendemiano); in alto a sinistra S. Bartolomeo (Bibano) e S. Urbano (Prato di Campardo); a destra S. Biagio (Baver) e S. Giustina (S. Fior di Sotto).
In basso: La predica del Battista; Il festino di Erode; La decollazione del Battista.
La grande cornice lignea fu eseguita nel 1929, su disegno del prof. Fogolari, direttore delle Regie Gallerie di Venezia.

Sacra Conversazione
olio su tela per trasporto da tavola cm. 345 x 202
Pala dell'altar maggiore - Duomo di Conegliano
L'opera è una delle prime grandi pale di Cima, gli venne commissionata dalla scuola dei Battuti di Conegliano nel 1492. La Madonna seduta sopra un trono tiene seduto sulle ginocchia il Bambino Gesù. Ai lati sei santi: alla sua destra S. Giovanni Battista, S. Nicolò, S. Caterina; Alla sua sinistra Sant'Apollonia, S. Francesco e S. Pietro. Ai piedi del trono due angeli suonano un violino e un liuto.

Compianto sul Cristo morto
olio su tavola cm. 136x107 - (1505)
Galleria Estense - Modena
Collocato dapprima nella cappella dei Pio da Carpi, successivamente custodito nella Galleria Estense

Sant'Elena
olio su tavola cm. 40,4x32,4 (1495)
National Gallery - Washington
Sant'Elena accanto alla croce assorta nella preghiera. Alle sue spalle Conegliano con le sue antiche torri di Coderta e Castelvecchio, ed il borgo dove sono riconoscibili chiese e palazzi

Madonna col bambino tra S. Michele Arcangelo e S.Andrea
Galleria Nazionale di Parma

Endimione dormiente
olio su tavola cm. 24,6 x 25,5 (1507-9)
Galleria Nazionale - Parma
Il giovane pastorello è immerso in un sonno profondo assieme ad animali, piante ed acque.

San Girolamo nel deserto
olio su tavola cm. 32 x 25,5 (1505-10)
Washington National Gallery
Il Santo è inginocchiato nell'atto di percuotersi il petto con il sasso che tiene nella mano destra.

Madonna col Bambino
olio su tavola cm 60 x17 (1489-95)
Pinacoteca Nazionale - Bologna
Opera giovanile del pittore. La Vergine dal volto severo regge con delicatezza il Bambino

Polittico
1486-1488
Chiesa di S. Bartolomeo - Olera (BG)
Il Polittico che domina l’abside della parrocchiale di San Bartolomeo fu commissionato a Venezia, probabilmente dalle maestranze di scalpellini e tagliapietra di Olera che lavoravano nella città lagunare, verso la fine degli anni Ottanta del Quattrocento. Per questo dono importante essi scelsero Cima da Conegliano, un artista giovane ma decisamente indirizzato verso la pittura più moderna, quella di Giovanni Bellini.
L’opera è costituita da nove scomparti distribuiti attorno alla nicchia che racchiude la statua lignea di S. Bartolomeo, patrono di Olera.
Nel registro inferiore si incontrano, a figura intera, i santi Sebastiano, Pietro, Giovanni Battista e Rocco; in quello superiore, a mezza figura, i Santi Gerolamo, Caterina, Lucia e Francesco.
L’insieme è dominato dal gruppo dalla Vergine col Bambino.
L’opera, tra le più intatte che siano giunte fino a noi, è un caposaldo della produzione giovanile dell'artista, ed è indispensabile per comprenderne sia la formazione, attenta a quanto compivano Alvise Vivarini e Giovanni Bellini, sia l’originalità espressiva

L’Iconografia
Attorno alla statua dell’apostolo Bartolomeo, titolare della chiesa e riconoscibile grazie al coltello ricurvo, strumento col quale fu scuoiato, si dispongono gli altri Santi secondo un’architettura precisa, che possiamo interpretare almeno a grandi linee. All’estremità dell’ordine superiore troviamo San Girolamo e San Francesco, intesi come campioni di ascetismo e penitenza. Infatti San Gerolamo non ha alcuna insegna cardinalizia, ma è rappresentato in atto di percuotersi il petto con una pietra, mentre San Francesco, con le stigmate ben visibili, contempla il Crocefisso.
Li seguono Santa Caterina d’Alessandria e Santa Lucia, che ostentano con orgoglio la palma del martirio. Le sante, splendenti di salute e bellezza, sono ben caratterizzate: Caterina, abbigliata con una ricca veste e con gioielli che ne chiariscono il rango reale, e Lucia, malinconica e pensosa, furono forse scelte perché accomunate dalla dottrina, impiegata da entrambe per convertire i pagani.
Nel registro inferiore alle estremità si collocano Sebastiano e Rocco, due tra i santi più popolari a partire dal Medio Evo, perché invocati contro la peste e la morte improvvisa . La loro presenza, così enfatizzata, non può che essere messa in relazione con le pestilenze che negli anni colpirono a più riprese la zona.
In quelli che sono tradizionalmente i ’posti d’onore’ di un polittico, a destra ed a sinistra della figura principale, sono collocati San Pietro, caratterizzato esplicitamente, tramite le due chiavi, quale capo della chiesa, ed il precursore San Giovanni Battista. Questa sorta di parata esemplare è dominata dalla Madonna, immagine tenerissima ed umana, con il bambino raffigurato in atto di stringerle il pollice,ma anche densa di significati teologici. Su di una manica della Vergine infatti, mimetizzato tra le decorazioni, si legge distintamente i ’ianua coeli’, porta del cielo, formula litanica che restituisce il senso della presenza della Vergine a suggello del polittico, subito sotto Dio Padre benedicente.

La cornice intagliata e dorata è un oggetto raffinatissimo e lussuoso, che alterna parti intagliate ad altre a rilievo in pastiglia (una sorta di gesso). Arricchita da colori preziosi come l’oltremare e le lacche, è dovuta, così come la statua di S. Bartolomeo, a maestranze veneziane.

Madonna con l'albero delle Arance
c. 1487-88. Tempera su tavola. Galleria dell'Accademia, Venezia



Madonna e Bambino
1490.
Tempera su tavola. Galleria degli Uffizi, Firenze

San Jerome nella selva
1495. Olio su tela. The National Gallery of Art, Washington, DC

L'Annunciazione
1495. Tempera e olio su tela trasferito da tavola. The Hermitage, St. Petersburg, Russia

Madonna e Bambino intronata con San Pietro, San Romualdo, San Benedetto e San Paolo
1495-97. Tempera su tavola. Gemäldegalerie, Berlino

Ananias Healing Saul (St. Paul).
1497-99. Tempera su tavola. Gemäldegalerie, Berlino

Presentazione della Vergine Maria al Tempio.
1500. Olio su tavola. The Dresden Gallery, Dresda (Germania)

Vergine col Bambino.
1505. Olio su tavola. National Gallery, Londra

David e Gionata.
1505-10. Olio su tavola. National Gallery, Londra

Adorazione dei pastori
1509-10. Tempera su tavola. Chiesa dei Carmini, Venezia



San Gerolamo nel deserto..
Tempera su tavola. Palazzo Pitti, Galleria Palatina, Firenze

La Vergine Maria tra San Giovanni Battista e Maria Maddalena.
Tempera su tavola. Louvre, Parigi

La deposizione
Oil su tela. The Pushkin Museum of Fine Art, Mosca.

Battesimo di Cristo nel Giordano
Tempera su tavola. S. Giovanni in Bragora, Venezia

Casa natale G.B. CIMA

Mostra Cima a Conegliano, poeta del paesaggio

26/2/2010 - 2/6/2010

Grazie all'eccezionale sostegno delle maggiori istituzioni museali del mondo – da Londra a Washington, da Los Angeles a Lisbona, Mosca e San Pietroburgo, da Firenze a Milano, Venezia e Parma, solo per citarne alcune – per cento giorni sarà possibile ammirare i massimi capolavori di uno dei geni assoluti del Rinascimento italiano.

E così le opere di Cima torneranno a casa, ospitate negli spazi del cinquecentesco Palazzo Sarcinelli restaurato per l'occasione. Una mostra che offrirà anche, grazie a specifiche sezioni, la possibilità di un continuo confronto e rimando tra brano dipinto e realtà del paesaggio. Un'opportunità imperdibile per godere delle opere del poeta del paesaggio nella città che ne fu ispiratrice, nel luogo che tanto segnò l'artista.

Accanto alle grandi pale d'altare si potranno così contemplare le opere devozionali e quelle tavole con storie mitologiche, spesso eseguite per cassoni nuziali, che hanno reso Cima da Conegliano il massimo interprete della cultura umanistica veneziana.

A quasi 50 anni dall'esposizione allestita da Carlo Scarpa a Palazzo dei Trecento a Treviso, un'imperdibile mostra dedicata al Maestro che fu uno dei protagonisti dell'età d'oro della pittura veneta. Una vera monografica, una mostra imperdibile che propone alcuni dei capolavori del Maestro coneglianese.








FRANCESCO BECCARUZZI
Francesco Beccaruzzi
pittore coneglianese (1492-1563)


Casa natale di Francesco Beccaruzzi
Francesco Beccaruzzi, di circa 30 anni più giovane di Giambattista Cima, nasce a Conegliano tra il 1490 e il 1493 figlio di un povero artigiano, si stabilisce a Treviso nel 1519, dove si sposa nel 1540 e muore sempre a Treviso nel luglio 1563. Come la maggior parte dei pittori dell'epoca anche il Beccaruzzi non firma mai le proprie opere, per cui le attribuzioni devono essere fatte con il supporto di fonti derivate da vecchi archivi o a seguito degli indagini stilistiche effettuate dagli studiosi. Anche se anagraficamente potrebbe essere stato allievo del Cima, studi recenti fanno invece risalire la sua formazione a personalità artistiche operanti nel coneglianese intorno al 1500: Giannantonio De Sacchis (conosciuto come il Pordenone), Francesco da Milano; e a Treviso: Tiziano dipinge nel 1520 l'Annunciazione nella Cappella del Duomo.
Si possono citare:
Madonna con Bambino in trono tra San Giovanni Battista e San Francesco - Oratorio di Santa Maria delle Grazie - Conegliano (attribuita nel passato a Ludovico Fiumicelli)
Incontro tra Gioacchino ed Anna - Duomo di Castelfranco
Madonna con Bambino in gloria e sei Santi - Chiesa Arcipretale di Mareno
Madonna con Bambino in gloria tra San Pietro e San Giovanni Battista con San Giorgio e la principessa (1542)
Assunzione (m. 4x 2) Arcipretale di Valdobbiadene (1542-1544)
San Francesco che riceve le stigmate e sei Santi (cm 444x255) Duomo di Conegliano

San Fior di Sotto. Chiesa di Santa Giustina.
Francesco Beccaruzzi Madonna col Bambino fra le sante Giustina e Caterina d’Alessandria

San Fior di Sotto. Chiesa di Santa Giustina.
Francesco Beccaruzzi Madonna col Bambino fra le sante Giustina e Caterina d’Alessandria. Particolare

San Fior di Sotto. Chiesa di Santa Giustina. Francesco Beccaruzzi Madonna col Bambino fra le sante Giustina e Caterina d’Alessandria. Particolare
San Francesco che riceve le stigmate e sei Santi (1545)
Olio su tela (cm. 444 x 255) commissionato dal Convento di San Francesco di Conegliano per l'altare maggiore della chiesa. Soppresso il convento nel 1806, passa di proprietà del Demanio e nel 1812 alle Gallerie dell'Accademia di Venezia.
Intorno al 1960 viene data in deposito al Duomo di Conegliano.

Il quadro raffigura nella parte superiore San Francesco d'Assisi che sul Monte La Verna riceve le stigmate. Nella parte inferiore, ci sono San Ludovico vescovo di Tolone, San Bonaventura, Santa Caterina d'Alessandria, San Girolamo, San Antonio da Padova e l'apostolo Paolo.


Vergine in trono
tra i SS. Giovanni Battista e Francesco
La pala, restituita dalla Repubblica Veneta ai coneglianesi, trafugata nel 1918 venne ritrovata a Udine e ricollocata sull'altare dell'Oratorio S. Maria delle Grazie









Madonna con Bambino in trono tra Sant'Elena e san Tiziano (1545)
Parrocchiale di S. Elena - Scomigo




















PIETRO CARONELLI

Pietro Caronelli nacque a Conegliano (Tv) nel 1736 e morì a Gai di S.Vendemiano (Tv) nel 1801.
Di formazione giuridica, i suoi interessi spaziavano però dalle lettere, alla filosofia ed alle scienze economiche ed agricole. Proprio per quest'ultima viene ancora oggi ricordato: infatti nei suoi possediementi agrari introdusse diverse nuove tecniche di coltura. Fu tra i primi a ribadire la necessità della fondazione di una Scuola Enologica a Conegliano, che perseguisse gli scopi dell'istruzione e della ricerca.
Per i suoi meriti agrari nel 1790 venne nominato conte dal Senato veneziano.



Antonio Carpenè



Antonio Carpenè (Brugnera, 17 agosto 1838 – Conegliano, 23 marzo 1902) è stato un chimico ed enologo italiano.
Si è occupato per tutta la vita degli studi applicati alla viticoltura, e all'enologia con particolare attenzione alle metodiche di spumantizzazione. Nel 1879 mise a punto la produzione industriale dell'enocianina.
Mazziniano, partecipò ad alcune importanti battaglie risorgimentali. Scienziato di spirito positivista e progressista ebbe contatti con Robert Koch e Louis Pasteur quest'ultimo gli scrisse invitandolo ad approfondire le importanti ricerche sugli effetti dell'acido solforoso sui fermenti di vino e birra.
Si prodigò per il superamento dell'arretratezza agricola e per il rinnovamento degli antiquati sistemi di coltivazione della vite, in uso in quei tempi in Italia. Diede un decisivo contributo alla formazione della scuola enologica di Conegliano, la prima in Italia, fondata con Giovanni Battista Cerletti nel 1876 in base ai principi della Società enologica provinciale costituita nel 1868.
Ugo Cerletti




Ugo Cerletti (Conegliano, 26 settembre 1877 – Roma, 25 luglio 1963) è stato un neurologo e psichiatra italiano. Ideatore della terapia elettroconvulsivante, comunemente nota con il nome di elettroshock, utilizzata per la cura di alcuni disturbi mentali. E' sepolto con la moglie Antonietta Marzolo, morta nel novembre del ’77, e con il padre, nel cimitero di Chiavenna..
Vita
Ugo Cerletti era figlio di Giovanni Battista Cerletti, illustre enologo di Chiavenna stabilitosi a Conegliano per dirigere la locale Scuola Enologica.
Frequentò la facoltà di medicina a Roma e Torino, dove studiò con Giovanni Mingazzini e Ezio Sciamanna (docenti di neuropatologia il primo e di psichiatria il secondo), specializzandosi in neurologia e psichiatria. Approfondì i suoi studi con i più eminenti neurologi del suo tempo, prima a Parigi, con Pierre Marie ed Ernest Dupré, e poi a Monaco, con Emil Kraepelin (il "padre" della psichiatria scientifica moderna) e Alois Alzheimer (scopritore della demenza senile, malattia che porta oggi il suo nome). Successivamente studiò a Heidelberg, con il neuropatologo Franz Nissl.
La TEC
Terminati gli studi, fu nominato direttore del laboratorio neurobiologico dell'Ospedale psichiatrico di Mombello, a Milano. Nel 1925 fu professore di neuropsichiatria all'Università di Bari, e nel 1928 subentrò ad Enrico Morselli come direttore della Cattedra di neuropsichiatria all'Università di Genova. Nel 1935 divenne direttore della clinica neuropsichiatrica dell'Università "La Sapienza" di Roma, dove sviluppò e introdusse insieme a Lucio Bini (condussero il primo esperimento nel 1938) la terapia elettroconvulsivante (TEC) per il trattamento di numerose forme di disturbo mentale.
Nel 1946 fu Presidente della Società italiana di Psichiatria, e nel 1950 ricevette la Laurea honoris causa dal Collège de Sorbonne dell'Università di Parigi.
Attività scientifica
Cerletti arrivò a utilizzare l'elettroshock terapeutico sull'uomo in conseguenza degli esperimenti da lui condotti sugli animali circa le conseguenze neurologiche di ripetute crisi epilettiche. A Genova, e successivamente a Roma, usò apparati elettroconvulsivanti per provocare attacchi epilettici ripetibili e controllabili su cani e altri animali. L'idea di utilizzare la TEC su pazienti neuropsichiatrici gli venne dopo aver osservato alcuni maiali che venivano anestetizzati con una scarica elettrica prima di essere condotti al macello. Va inoltre considerato che sin dal 1935, il metrazol (un farmaco convulsivante) e l'insulina erano largamente usati in molti paesi per il trattamento della schizofrenia, con risultati interessanti.
L’approccio era basato sulle ricerche effettuate dal premio Nobel Julius Wagner-Jauregg sull'uso di convulsioni indotte attraverso la malaria per la cura di alcuni disturbi nervosi e mentali - come la demenza paralitica causata dalla sifilide - nonché sulle teorie sviluppate da Ladislas J. Meduna, secondo il quale la schizofrenia e l'epilessia erano disturbi antagonisti; ricerche e teorie che nel 1933 portarono Manfred Sakel a sviluppare la terapia del coma insulinico in psichiatria.
Cerletti usò per la prima volta la terapia elettroconvulsivante nell'aprile del 1938, in collaborazione con Lucio Bini, su un paziente affetto da schizofrenia con sintomi di delirio, allucinazione e confusione; una serie di elettroshock terapeutici permisero al paziente di tornare ad uno stato mentale di normalità. Conseguentemente, negli anni successivi, Cerletti e i suoi collaboratori effettuarono regolarmente gli elettroshock terapeutici, sia su animali sia su pazienti neuropsichiatrici, arrivando a determinare l'affidabilità della terapia e la sua sicurezza e utilità nella pratica clinica, soprattutto per il trattamento della psicosi maniaco-depressiva, e dei casi più gravi di depressione. Il suo lavoro e le sue ricerche ebbero un’influenza notevole, e l'uso della terapia si diffuse velocemente in tutto il mondo.
Nella sua lunga attività di psichiatra e neurologo, Cerletti pubblicò 113 lavori scientifici, sulla patologia delle placche senili nel Morbo di Alzheimer, sulla struttura delle cellule della glia, sul tessuto nervoso normale e patologico, sulla sifilide congenita, sugli ormoni e sul gozzo endemico.
Vanno ricordati anche alcuni suoi contributi estranei alla medicina: l'ideazione di tute bianche per la mimetizzazione delle truppe alpine, e l'invenzione di una spoletta a scoppio ritardato per artiglieria.







INNOCENTE PITTONI
Patriota ed esule, fondatore della Società di Mutuo Soccorso di Conegliano
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Innocente Pittoni nacque a Conegliano, il 9 marzo 1833 e vi morì, a 37 anni, il 9 febbraio del 1870 senza veder coronato il sogno per cui aveva lottato: la conquista di Roma e l’unità d’Italia. Gli avvenimenti della rivoluzione del 1848-1849, colpirono profondamente l'animo del giovane Pittoni, già fortemente influenzato dalle posizioni assunte da mons. Ludovico Anselmi, arciprete di Conegliano, fino a spingerlo ad aderire ai moti rivoluzionari per l'indipendenza contro l'Austria. Come patriota aderì ancor giovane al programma di Giuseppe Mazzini tanto, da essere indicato come "l’anima e la mente" del comitato mazziniano di Conegliano. Operò in stretta sintonia con i subcomitati di Treviso, di Ceneda e di Serravalle nell'incitare i giovani a disertare e a non arruolarsi nelle forze austriache e ad espatriare verso il Piemonte. Molti giovani venivano avviati prima verso il bosco del Cansiglio e nel Felettano e poi venivano accompagnati, con il denaro donato dal Pittoni, fino a Peschiera, da dove proseguivano verso le nuove destinazioni, in Piemonte e il Liguria. Nel 1862, Innocente Pittoni venne arrestato dalla polizia austriaca e accusato di tramare contro l'impero Austro Prussiano. Fu per questo motivo che alcuni suoi amici distrussero la documentazione compromettente che avallava la relazione con i più grandi patrioti del tempo. In seguito, da Conegliano, Innocente Pittoni fu trasferito alle carceri della Giudecca a Venezia, dove rimase rinchiuso per sei mesi. Prosciolto per mancanza di prove e tornato libero a Conegliano, pur essendo un sorvegliato speciale, continuò a tenere le fila del subcomitato. Andò a vivere a Genova, si trasferì quindi a Brescia dove rimase fino al luglio 1866 e cioè fino a quando poté ritornare nella sua Conegliano liberata. Ebbe un ruolo importante nel periodo compreso tra il 1859 e il 1864 nell'organizzazione dell'emigrazione dal Veneto verso il Piemonte e nell'organizzazione della resistenza agli Austriaci. Da grande estimatore mazziniano, fu un uomo coraggioso, pronto a pagare di persona e a rischiare la vita per i suoi ideali. Innocente Pittoni fu anche fondatore della Società di Mutuo Soccorso e promulgatore della Banda Musicale di Conegliano.
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M.O. ANGELO PARRILLA
ANGELO PARRILLA



Fatti e circostanze: Tra il 28 ed il 29 ottobre 1918, in località Costabella di Collalbrigo, nei pressi di Conegliano, nella casa colonica della famiglia Dal Col (detti Vighet) cadde il sottotenente Angelo Aprilla "Ragazzo del '99", al quale vene conferita una della quattordici medaglie d'Oro assegnate a combattenti della sua classe. Egli era nato a Longobucco in provincia di Cosenza; combatté a Nervesa nella battaglia del Solstizio, subito dopo passò al VI reparto d'assalto aggregato al 5° Reggimento Alpini.

In occasione delle celebrazioni del 50° della Vittoria, e precisamene il 4 novembre 1968, sul luogo ove cadde il giovane sottotenente, ci fu la commemorazione dell'Eroe, che, con la Medaglia d'Oro, riassunse il sacrificio di quanti morirono per la liberazione di Conegliano.
L'allora sindaco alpino cav. uff. Mario Salvador lesse la motivazione della M.O., illustrandone l'azione intrepida del "Ragazzo del '99", ed annunciando che il comune aveva deliberato di dedicargli una delle vie centrali del nuovo comprensorio coneglianese, che si trova tra via Papa Giovanni XXIII e via Kennedy.
L'eroe di Collabrigo
Il tramonto degli eroi non avrà mai sera
Motivazione della decorazione: “Chiesto ed ottenuto il comando della pattuglia di punta, composta da cinque arditi, alla testa di essa precedeva il proprio reparto d’assalto. Avuto sentore della presenza di imprecisate forze nemiche in un fabbricato, dopo averne mandato sollecito avviso al proprio comandante, risolutamente e per primo si slanciava nel fabbricato stesso, affrontando ne con insuperabile audacia, a colpi di bomba a mano, i difensori di gran lunga più numerosi. Alla violenta reazione di questi, impegnava, insieme coi suoi, una accanita mischia, corpo a corpo, abbattendo un ufficiale avversario. Pugnalato a sua volta, continuava disperatamente, coi suoi arditi, nella strenua ed impari lotta, mettendo fuori combattimento numerosi nemici, finché crivellato di colpi, gloriosamente cadde, fulgido esempio di eroico valore”.
Castello di Susegana 29 ottobre 198. Bollettino uff.— disp. 91 del 1919.
Fu l’ultima M.O. al V.M.della Grande Guerra e una delle 12 medaglie d’oro calabresi.
Cenni Biografici. Egli era nato a Longobucco in provincia di Cosenza, il 1° gennaio 1899, da Giuseppe e Zeffira Catalani, primo di 7 fratelli, 6 maschi e una femmina. Il 19.08.1916, la famiglia si trasferì ufficialmente a Mantova, ma Angelo vi risiedeva già da qualche tempo per frequentare la scuola: la madre infatti era di Mantova, il padre apparteneva a un reggimento di cavalleria ed era pure egli nato a Longobucco nel 1865.
Angiolino, come lo chiamavano i compagni a scuola, entrò come studente nel locale R. Istituto Tecnico “Alberto Pitentino” dove si mostrava attento e riflessivo.
Si arruolò volontario qualche mese prima dell’arrivo della cartolina. Seguì il corso allievi ufficiali nella scuola di Modena. Nominato nel 1917 aspirante ufficiale di complemento, fu subito inviato al fronte, sul Montello. Promosso sottotenente venne assegnato al VI Reparto d’assalto. Fu tra i primi ad intraprendere la vittoriosa offensiva che portò a Vittorio Veneto, ma per il fatto d’arme per il quale si meritò la Medaglia d’oro, accadde il 29ottobre 1918.

Casa Del Giudice dove è visibile la lapide dedicata a Parrilla



La nomina ad aspirante ufficiale di complemento Medaglia d’oro di Angelo Parrilla





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GIOVANNI PIOVESANA


Nato a Conegliano il 14 settembre 1896, Giovanni Piovesana è stato aspirante ufficiale alla 77° del "Feltre" e infine sottotenente, meritando la medaglia d'argento l'11 luglio 1916 nell'attacco seguito allo scoppio della mina del Castelletto, e il 30 agosto si fece dimettere dall'infermeria del 305° reparto someggiato di sanità, ove si trovava ricoverato per una distorsione ad un piede, per partecipare all'attacco eseguito dalla compagnia sulla destra di Conca Laghi; pochi giorni dopo, quale comandante del plotone esploratori, svolse un'ardita ricognizione - per Gruzzi q. 732, passando per Sella - col raggiunto scopo di riconoscere il terreno e gli spostamenti difensivi dell'avversario. Dopo aver meritato l'encomio solenne per una nuova ardita operazione di pattuglia, Piovesana ebbe la sua seconda medaglia d'argento a Conca Laghi il 25 settembre per un'azione pure menzionata nel comunicato ufficiale del Comando supremo (27 settembre), e l'elogio del Comando della 32° Divisione per il servizio svolto il 3 ottobre sulla linea di osservazione nemica di contrada Ronchete-Laghi. Decorato di altra croce al merito, Giovanni Piovesana fu poi inviato in Albania ottenendo altri riconoscimenti: un elogio a Kalmeti per le ricognizioni svolge in modo accurato alla fine di settembre del 1919, e altro elogio - del Comandante della Divisione - per le azioni esplorative di Orosshi-Luria e di Oroshi Rseni svolte nel febbraio 1920. Conclusa la guerra, assunto alla Banca San Liberale, divenne titolare dell'agenzia di Pieve di Soligo, ed infine direttore dell'ufficio di Conegliano dell'Ente Italiano Approvvigionamenti (nella sede di Milano, gli venne dedicata una lapide). Fu tra i soci fondatori della Sezione di Conegliano, consigliere, poi presidente. Venne però la nuova guerra e Piovesana si ritrovò col 7° in Albania (comandante della compagnia comando del "Val Cismon") e il 26 gennaio 1941 - a q. 1179 del Mali Trebescines - meritò la medaglia di bronzo rimanendo gravemente ferito; aveva già maturata la promozione a maggiore, e morì l'8 febbraio nell'ospedale da campo 427 di Mezcoranis nei pressi di Tempieni, dopo due tentati interventi chirurgici. Al maggiore Piovesana venne dedicato un viale della natìa Conegliano che accolse le sue spoglie giunte nell'aprile del 1961 dal cimitero di Sinenai, presso l'insanguinata Vojussa.

Cerimonia commemorativa di Giovanni Piovesana a Conegliano nel 1941
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Conegliano-Valdobbiadene, la storia del prosecco
di Marco Merotto
Sulle colline del ConeglianoValdobbiadene si ha la certezza che in epoca Romana si coltivasse la vite, ma si conosce assai poco sulle varietà di vitigno utilizzate. Fra i numerosi studi sulla viti-enologia Veneto-Friulana di 2000 anni fa quella eseguita da Giovanni Dalmasso attorno al 1950 è sicuramente il più autorevole.

Dalmasso è stato per molti anni stimato docente della scuola enologica di Conegliano poi direttore della stazione sperimentale di Viticoltura ed Enologia, quindi Preside della facoltà di Agraria presso l'università di Torino e fondatore e primo Presidente dell'Accademia Italiana della Vite e del Vino. Egli nel suo lavoro di ricerca ha all'ungo indagato sulla storia dei vitigni italiani sfociata poi nell'opera "Storia della Vite e del Vino in Italia".

In una lettera del 20 febbraio 1945 rivolta a Chino Ermacora, Dalmasso cita il Prosecco:

"In omaggio al Friuli e alle terre che con esso confinano, voglio ricordare qui un grandissimo vino romano: il Pucino, di minima entità quantitativa, ma, in compenso, di eccelse vitù. È quindi ben giustificato il tentativo ripetutamente fatto di scoprire di quale tra i vini contemporanei possa trattarsi. Le tesi, come tu ben sai, caro Chino, sono essenzialmente due: che si tratti del bianco Prosecco, che si produce sulle ripide balze, che, poco oltre le foci del Tigmavo, dal Castello di Duino giungono sino alle porte di Trieste. Oppure che esso debba identificarsi con il rosso o nero Terrano del Carso triestino, quello che tu più generosamente chiami "Refosco". Bianco o Nero dunque? I pareri da secoli sono divisi.

Per ricordare qui solo i più autorevoli tra gli antagonisti citerò Volfango Lazio, che per primo nel 1551 asseriva l'dentità del Prosecco col Pucino; il Mattioli, il dotto commentatore cinquecentesco di Discoride, il quale dopo aver affermato che il vino Pucino gli aveva ridonato la salute e il vigore perduti, così lo definisce: "est autem vinum hoc tenue, clarum, lucidum, colore aureum, odoratum gustique gratissimum" (questo vino è sottile, luminoso, brillante, di colore giallo dorato, profumato e graditissimo al gusto); definizione che tre secoli dopo, ripeteva tale quale il nostro Marzi, scrivendo:"credesi che questo luogo sia Prosecco, o Castel Duino in cui anche oggi si fa un vino chiaro, sottile, d'un bel colore d'oro". E non solo: il Filiasi nelle sue Memorie storiche dei Veneti scriveva: "nell'odierno sanissimo eccellente Prosèco, che colà raccogliesi… abbiamo una traccia dell'antico Preciano o Pucino". Così pure l'insegne agronomo di Conegliano, conte Pietro Caronelli, in una notevole prolusione enologica del 1793 citava appunto, tra i più famosi vini dell'antichità, il 'Pucino' o sia il Prosecco.

Anche Plinio, storico romano, afferma che l'imperatrice Livia moglie dell'imperatore romano Augusto era debitrice dei suoi 82 anni proprio al Pucino-Prosecco ed afferma che "NED ALIUD OPTIUS MEDICAMENTIS INDICATUR" (" nessun altro vino è più indicato per uso medicinale").
Dalmasso aggiunge poi nella parte finale della sua lettera a Chino dichiarando il suo pieno convicimento:"Per conto mio desidero ripeterti ciò che già affermavo in proposito, amo meglio credere che il Pucino consolatore di Livia imperatrice romana fosse il chiaretto spumante Prosecco che ancora oggi matura sulle pietrose terrazze tra il castello di Duino e quello di Miramare".

È quindi certo che 2000 anni fa esisteva sul Carso Triestino un vitigno considerato dagli studiosi il vero antenato del Prosecco; le cui caratteristiche dettate dal Manzi e dal Mattioli coincidono con quelle del Prosecco coltivato da almeno 3 secoli nelle colline Trevigiane. Ci sono quindi sufficienti prove per affermare con certezza che la vite già allora era coltivata sulle colline di ConeglianoValdobbiadene, ma per avere certezze riguardo al vitigno impiegato dobbiamo attendere il 1700.

Un'altra importante testimonianza ci viene da San Venanzio Fortunato originario di Valdobbiadene, vescovo di Poitiers, che di Valdobbiadene afferma con nostalgia:"QUO VINETA VERNANTUR, SUB MONTE JUGO CALVO, QUO VIROR UMBROSUS TEGIT SICCA METALLA" ("luogo dove germoglia la vite sotto l'alta montagna, nella quale il verde lussureggiante protegge le zone più disadorne"). Ciò testimonia che nel 500 sulle colline di ConeglianoValdobbiadene c'era una fiorente viticoltura, ancora prima che arrivassero i Longobardi.

Un fatto importante che testimonia l'importanza del vino di ConeglianoValdobbiadene, dal punto di vista economico, si ha nel 1318 quando alcuni mercanti Tedeschi comprano a Conegliano 21 carichi di vino con la condizione che il dazio fosse pagato dai venditori Coneglianesi. Ma quando i Tedeschi partirono con il carico di vino e si diressero verso Seravalle un emissario del Podestà di Treviso li fermò e dirottò la colonna con le botti verso la città. Conegliano si lamentò subito con il podestà di Treviso pregandolo di far restituire agli acquirenti il vino e i cavalli sequestrati. La questione fu vagliata al Consiglio dei Trecento che aveva la facoltà deliberativa e con 196 voti a favore e 27 contro il vino e i cavalli furono restituiti ai tedeschi a patto che Conegliano pagasse il dazio.

I vini di ConeglianoValdobbiadene erano per affermazione di Bonifaccio, molto preziosi e garantivano un buon reddito ai produttori della zona.
Le sottozone più vocate erano: il Collabrigo, il Feletto e le colline che da Soligo portano a Vidor. Le prime erano presenti alle mense dei Coneglianesi e offerti agli ospiti e poi una volta venduti andavano verso Venezia, il Cadore, l'Austria, la Germania e la Polonia. Mentre le seconde andavano verso il Feltrino, il Bellunese e verso Venezia.

Si ricorda nel 1532 il passaggio di Carlo V per Conegliano, al quale venne offerto l'eccelentissimo vino di Collabrigo e del Feletto. Nel 1500 Venezia comprese che era più conveniente rifornirsi di vino nella terraferma veneta, trevigiano, padovano, friuli, rispetto alla puglia e alle isole greche. Barche cariche di botti di vino arrivavano a Venezia dal Piave, dal Brenta, dal Sile, dal Livenza quotidianamente e andavano alla mensa dei veneziani. In questi anni i mercanti della Serenissima compravano grandi quantità di vino a Conegliano cercando di frenare in ogni modo le esportazioni verso il centro europa, con interventi di natura fiscale. I produttori di Conegliano e del Felettano non volevano assolutamente perdere i mercati tedeschi, floridi da secoli, ne veder diminuito il flusso del proprio vino verso il centro europa a favore di Venezia.

Nel 1544 il Consiglio della Magnifica Comunità di Conegliano aprì addirittura una vertenza con il rettore veneziano Giacomo Gabrielli inviando ambasciatori a Venezia perché fossero rispettati gli antichi privilegi, sottolineando "di quanta importantia et momento sia vender li vini di monte di questo territorio quali per la maggior parte sono allevati e comprati da tedeschi con utile universale di questa terra".

Per gli abitanti di Conegliano e dei colli vicini il vino era diventato nel tempo il prodotto più importante quasi loro stendardo di nobiltà per mostrarlo all'intera europa. Nel 1574 al passaggio di Enrico III Re di Pollonia che si recava a Parigi per essere incoronato Re di Francia la comunità di Conegliano fece sgorgare per un giorno intero dalla fontana del Nettuno il vino bianco dei colli.

Già 150 anni prima il Doge Francesco Foscari aveva citato in una Ducale del 6 novembre 1431 il vino bianco e ottimo del Feletto. Infine nel 1606 Zaccaria Contarini in una relazione al senato veneto per indicare di quanta importanza fosse la produzione enologica di Conegliano, stimava la produzione di vino bianco in 5000 botti annue che andavano in gran parte in Germania e Polonia.

La lenta e inesorabile agonia della Repubblica di Venezia iniziata nel 1492 con la scoperta dell'America e resa sempre più palese nel 1600 con lo spostamento progressivo dei traffici commerciali dal Mediterraneo all'Atlantico.
Il declino coinvolse nel 1700 anche la terraferma Veneta e per lo più il comprensorio di ConeglianoValdobbiadene fu investito da un'ondata di gelo che fece morire gran parte del patrimonio viticolo della zona. Nelle città a causa della crisi economica si andava espandendo una volgarizzazione dei consumi che privilegiava i vini di bassa qualità con ripercussioni negative nelle aree di produzione.

Il 1700 è quindi un secolo cupo per la viticoltura di ConeglianoValdobbiadene seppur fervido di dibattiti e proposte nuove. Questa è la terra del ConeglianoValdobbiadene Prosecco DOC e al di là delle molte leggende che ne avvolgono le lontane origini, inizia di fatto con la nascita delle Accademie di Agricoltura volute dalla Repubblica di Venezia sul tramontare della sua millenaria vita. Tra queste quella di Conegliano nata nel 1769 come evoluzione dell'Accademia degli Aspiranti fondata nel 1603. e proprio in un intervento all'Accademia di Agricoltura di Conegliano il 26 febbraio 1772 il sacerdote Antonio Del Giudice soffermandosi sulla "impurità e quindi la poca curabilità dei vini delle colline di Conegliano afferma che questo difetto non è dovuto alla natura del terreno ma all'imperizia dei fabbricarli e alla cattiva scelta che si fa delle viti, la cui moltiplicazione era la causa della mancata produzione di vino puro e durevole".
I problemi evidenziati dal sacerdote erano evidenti prima di tutto la negligenza dei padroni, cioè il loro disinteresse per i possedimenti agricoli, lasciati privi di investimenti e di cure, e la scelta delle viti da mettere in produzione. Vengono estirpate le viti poco produttive, che producevano vini di elevata qualità, a favore di quelle più produttive con grave danno per la qualità del prodotto.

Nei resoconti di un intervento per rinnovare e fissare le regole della vitienologia sempre nel 1772 in questa accademia si legge che l'accademico Francesco Maria Malvolti, pone una domanda:"Chi non sa quanto siano squisiti i nostri Marzemini, Bianchetti, Prosecchi, Moscatelli, Malvasie e Grassari che in varie di queste colline si formano?". L'importanza della domanda sta nel fatto che è la prima volta che nominato il Prosecco, che quindi è prodotto ed apprezzato da prima della seconda metà del 1700.

Un altro intervento all'Accademia di Conegliano nel 1778 è del Conte Pietro Caronelli che lamentava la diminuzione delle esportazioni in Germania dei vini prodotti nella zona e proponeva di impedire l'accrescimento del cattivo vino con il conseguente adacquamento del medesimo e invitava a selezionare le viti da impiantare tra: Marzemina Nera, Bianchetta, Pignola nera e bianca. Scartando invece le volgarmente denominate dell'Occhio e Verdise di cui la prima da un mosto aspro mentre la seconda acqueo ed insipido.



La storia del Prosecco di Conegliano-Valdobbiadene, vino indimenticabile già al primo assaggio

di Mariella Belloni
Il territorio del Prosecco si estende nella fascia collinare della provincia di Treviso, compresa fra le cittadine di Conegliano e Valdobbiadene. Un insieme di catene collinari che dalla pianura si susseguono fino alle Prealpi. Se Conegliano è considerata il centro culturale della zona del Prosecco e sede della Scuola Enologica e delle istituzioni di ricerca, Valdobbiadene, che ogni anno ospita la Mostra Nazionale dello Spumante, ne costituisce il cuore produttivo. La zona di produzione si estende sulla fascia collinare della Marca trevigiana, fra Conegliano, Vittorio Veneto, Pieve di Soligo, Vidor e Valdobbiadene; interessa 15 comuni e si estende su un'area di circa 18 mila ettari di superficie agricola. La vite è coltivata solo sui versanti meridionali, a un'altitudine compresa tra i 50 e i 500 metri slm. Attualmente all'albo Doc sono iscritti circa 4.100 ettari di vigneto, lavorati da 3.300 viticoltori, da cui sono stati raccolti nelle ultime vendemmie circa 105 quintali per ettaro.

Le aziende spumantische sono oltre cento, il che fa del comprensorio di Conegliano-Valdobbiadene il più importante distretto enologico italiano specializzato nella produzione di spumante con metodo Charmat. Il clima del comprensorio collinare, insieme alle caratteristiche dei terreni e alle esposizioni prevalentemente meridionali dei versanti, rende questa zona particolarmente adatta alla viticoltura. Un clima piacevole, tanto che storicamente i nobili veneziani amavano trascorrere l'estate in questi luoghi per sfuggire all'afa lagunare. La storia del Prosecco è una storia antica e diverse sono le ipotesi avanzate sulla sua origine. La più accreditata identifica il Prosecco con un vino noto ai tempi dell'Impero Romano, il Pucino, proveniente dalle colline carsiche che incorniciano a nord il golfo di Trieste, dove esisteva una località omonima e un vitigno del tutto simile denominato Glera. Le catalogazioni compiute nelle colline di Conegliano-Valdobbiadene all'inizio del Novecento mostrano l'esistenza di vari biotipi di prosecco. I presenti sul territorio risultavano essere il prosecco tondo, il prosecco bianco o prosecco Balbi, con acino fenico, e il prosecco lungo, così detto per la forma allungata dell'acino.

Il prosecco è un vitign o rustico e vigoroso, con tralci color nocciola e grappoli piuttosto grandi, lunghi, spargoli e alati; a maturazione gli acini assumono un bel colore giallo dorato. Il prosecco è il vitigno che garantisce la struttura base al vino di Conegliano-Valdobbiadene, ma Verdiso, Perera e Bianchetta, vitigni considerati minori, possono in alcune annate e in alcune zone contribuire con la loro specificità a mantenere l'equilibrio organolettico. Il Verdiso veniva citato già nel '700 e nel XIX secolo era il vitigno più diffuso. Utilizzato nella vinificazione del Prosecco per aumentare l'acidità e la sapidità, è importante per equilibrare la componente acida nelle annate calde; oggi si cerca di valorizzarlo vinificando in purezza e ottenere un vino armonico e gradevole.

Ha grappoli di media grandezza con peduncoli molto lunghi ed erbacei, tralci lunghi e sottili di colore rossiccio. Gliacini sono medio grandi, di forma ellissoidale, con buccia di colore verde chiaro dalal caratteristica punteggiatura, che diventa giallo citrino a maturazione. La Perera, utilizzata nella vinificazione per aumentare il profumo e l'aroma, è un vitigno molto simile al Prosecco, con grappoli leggermente più grandi, acini di color giallo intenso e foglie verde scuro, lucide e lisce.Il nome deriva dalla forma dell'acino simile ad una pera rovesciata o, secondo alcuni, dal gusto particolare della polpa che ricorda quello della pera. La Bianchetta, citata fin dal '500, veniva utilizzata, maturando prima, per ingentilire il Prosecco soprattutto nelle annate fredde. Coltivata ancora nelle zone più alte e impervie, ha una notevole vigoria, foglie color verde opaco e grappoli verdi-giallastri di media grandezza dotati di una grande ala ben evidenziata.

Il Prosecco di Conegliano-Valdobbiadene, nasce da poche ma precise regole che ne garantiscono l'unicità e l'autenticità. Tranquilli, Frizzante o Spumante, il Prosecco Doc di Conegliano-Valdobbiadene si riconosce per il colore giallo paglierino leggero, la moderata corposità, l'esclusivo profumo fruttato e floreale.
Prosecco di Conegliano-Valdobbiadene Tranquillo. E' la versione meno conosciuta al di fuori della zona di produzione. Si ottiene dai vigneti più fitti e poco produttivi, e da uve ben mature. Il colore è paglierino delicato, i profumi sono di mela, pera, mandorla e di miele millefiori. La struttura è soave e persistente, con un retrogusto talvolta gradevolmente amarognolo che lo rende più articolato e complesso. Si consiglia di berlo alla temperatura di 10.12°C su antipasti delicati di mare e di terra, minestre in brodo leggere e carni bianche.

Prosecco di Conegliano-Valdobbiadene Frizzante. Nasce originariamente con la rifermentazione in bottiglia (sur lie) e risulta asciutto e leggero; armonizza la fragranza dei profumi varietali dell'uva con la vivacità delle bollicine, risultando fresco, giovanile e molto godibile. Il colore è il caratteristico paglierino leggero, al naso l'aroma è ricco di sentori floreali e fruttati, con un prevalere di mela acerba e limone. Perfetto a 8-10°C come aperitivo, su antipasti e primi non elaborati. Prosecco di Valdobbiadene Superiore di Cartizze. Cartizze è una piccola area di 106 ettari di vigneto, compresa tra le colline di S.Pietro di Barbozza, Santo Stefano e Saccol, nel comune di Vadobbiadene, dove si produce un Prosecco particolarmente pregevole. In Francia lo chiamerebbero cru, per le sue inconfondibili e aristocratiche peculiarità, un cru che nasce dalla perfetta combinazione tra un microclima dolce e un terreno antichissimo, originatosi dal sollevamento di fondali marini.

Nella zona di Cartizze le uve vengono vendemmiate tardi, quando gli acini mostrano i primi segni di appassimento naturale, ottenendo così in fase di vinificazione un Prosecco con aromi e sapori di grandissima intensità. Il colore è più intenso di quello del normale Prosecco, ha una complessità di profumi invitanti e ampi, dalla mela alla pera, dall'albicocca agli agrumi, alla rosa, con una piacevole nota di mandorla glassata al retrogusto. Il sapore è rotondo, con una morbida sapidità e un finissimo perlage. Per esaltare le sue caratteristiche viene prodotto quasi esclusivamente nella versione Dry. Il Cartizze va servito ad una temperatura di 7-8°C .











Il Consorzio di Tutela del Prosecco

I Consorzi di Tutela sono in Italia le istituzioni preposte, per legge, all’organizzazione e gestione delle Denominazioni di Origine Controllata. Associano in modo volontario le diverse categorie di produttori: i viticoltori singoli ed associati, i vinificatori e le grandi case spumantistiche, con lo scopo di armonizzare gli interessi di tutti, al fine di garantire lo sviluppo della Denominazione ed il rispetto delle regole previste dal Disciplinare di produzione.
La storia del Consorzio di Tutela del Prosecco risale al 1962, anno in cui un gruppo di 11 produttori – in rappresentanza delle principali cooperative di viticoltori e delle grandi case spumantistiche – costituiscono il Consorzio e propongono un disciplinare di produzione. Sette anni più tardi, il 2 aprile del 1969, il loro sforzo viene premiato con il riconoscimento, da parte del Ministro dell’Agricoltura, di Conegliano e Valdobbiadene come unica zona DOC di produzione del Prosecco e del Superiore di Cartizze.
Se queste sono le date ufficiali della storia del Consorzio, non va però dimenticato il Prof. Giovanni Dalmasso, della Stazione Sperimentale di Viticoltura di Conegliano che, fin dal 1936, si era prodigato nello studio dell’area di Conegliano e Valdobbiadene e, alla luce dell’“antichissima tradizione alla produzione di vini bianchi preparati nel tipo asciutto frizzante o spumante”, ne aveva proposto la delimitazione.
Proposta destinata a cadere nel vuoto a causa della guerra.
Il Consorzio nasce quindi dalla lungimiranza dei fondatori supportati fin dall’origine della Scuola Enologica e dall’Istituto di Viticoltura; dalle istituzioni del territorio e dalle associazioni dei produttori che, intuendo con grande anticipo, il rischio di omologazione a cui anche i prodotti più nobili andavano incontro, puntarono sulla qualità e su un’identità ben riconoscibile per proteggere e valorizzare la storia millenaria della viticoltura delle colline di Conegliano e Valdobbiadene.
Il Consorzio di Tutela, ente privato istituito con legge dell Stato, è un organismo particolare nato con il duplice compito di collaborare con lo Stato per i controlli ed il rispetto delle norme di produzione e, in quanto espressione della volontà dei produttori, di migliorare e valorizzare il prodotto.
Le sue finalità, definite nello statuto, sono di mantenere garantire e migliorare le qualità del Prosecco DOC e diffonderne la conoscenza e l’immagine in Italia ed all’estero. Per realizzare questi scopi si avvale di strutture proprie e della collaborazione delle istituzioni tecniche e scientifiche presenti sul territorio.
Il Consorzio, avvalendosi si un laboratorio enochimico autorizzato e di un servizio di assistenza tecnico–viticola, svolge compiti di sviluppo, consulenza tecnica, ricerca e sperimentazione.
Il laboratorio esegue controlli qualitativi sui mosti e per la determinazione dell’epoca ottimale di vendemmia nelle diverse zone.
Periodicamente controlla la qualità dei vini dei Soci e, tramite analisi e degustazione, attribuisce alle migliori partite il marchio di qualità del Consorzio.
Annualmente vengono eseguite campagne di prelievo di vini sul mercato nazionale ed estero al fine di controllare la qualità e lo stato di conservazione.
I risultati di questo lavoro vengono diffusi nel territorio tramite azioni di informazione e divulgazione svolte dal personale del Consorzio, in collaborazione con le associazioni dei produttori. Il Consorzio, allo scopo di diffondere ed affermare in Italia ed all’estero l’immagine del Prosecco di Conegliano–Valdobbiadene, promuove l’accoglienza dei visitatori, partecipa a manifestazioni, fiere ed eventi in Italia ed all’estero, organizza momenti di conoscenza ed informazione sulla zona e sul prodotto. Un’attività ininterrotta, svolta in collaborazione con la Camera di Commercio e con le istituzioni locali, regionali e nazionali.
L’attività del Consorzio è finanziata con il contributo dei soci, calcolato in modo proporzionale sulla quantità di uva prodotta o sulle bottiglie commercializzate dalle singole aziende. Viticoltori ed imbottigliatori si trovano su un piano di parità sia contributiva che di rappresentanza, così che, come previsto dallo statuto una categoria non abbia a prevalere sull’altra, ma siano sempre gli interessi del Prosecco DOC a prevalere su tutti.

Il Marchio storico del Consorzio
Una “P” rossa in campo bianco contornata da mura medievali: questa la descrizione del marchio storico dei produttori del Consorzio di Tutela. Un simbolo che ha mantenuto nel tempo tutto il suo valore estetico, rappresentativo ed evocativo, sintesi efficace degli scopi del Consorzio.
La città murata del Medioevo, nucleo attorno al quale si sono sviluppate molte cittadine del Trevigiano, diventa così il simbolo delle finalità del Consorzio, tramite il marchio storico che esprime la volontà di una comunità di difendere il proprio prodotto.
Un marchio carico di storia, messo a guardia della qualità e della genuinità del Prosecco di Conegliano e Valdobbiadene, ad ulteriore garanzia dei consumatori, nato dalla felice intuizione del Prof. Moretti – preside della Scuola Enologica di Conegliano – e del Prof. Italo Cosmo – direttore dell’Istituto Sperimentale e realizzato da Alessandro Dalla Barba nel 1962.

Il Distretto del Prosecco DOC:
un gioco di squadra


Il Distretto del Prosecco di Conegliano Valdobbiadene si snoda nella fascia collinare della provincia di Treviso compresa tra le cittadine di Conegliano e Valdobbiadene, ai piedi delle Prealpi Trevigiane. Il Distretto DOC si estende su circa 20.000 ettari di pendici collinari, di cui circa 5000 sono a vigneto.
L’area di produzione comprende 15 comuni: Conegliano, Susegana, San Vendemiano, Colle Umberto, Vittorio Veneto, Cison di Valmarino, S.Pietro di Feletto, Refrontolo, Pieve di Soligo, Farra di Soligo, Miane, Vidor, Follina, Tarzo e Valdobbiadene.
Il Distretto rappresenta un vero e proprio “sistema economico”: grazie alla produzione del Prosecco DOC, a Conegliano Valdobbiadene si sono create molte attività collegate a questo settore, fino a costituire una completa filiera produttiva. A stretto contatto con le aziende spumantistiche lavorano anzitutto le distillerie, che trasformano le vinacce di Prosecco provenienti dalle cantine nella preziosa acquavite simbolo del territorio: la grappa. Queste rappresentano una vera e propria squadra riunita nell’Istituto Grappa Veneta, ente che ha sede a Conegliano e opera per la tutela e la valorizzazione di questo prodotto.
Vi sono poi le attività di progettazione e realizzazione di macchine ed attrezzature enologiche. Sul territorio, infatti, si trovano alcune delle più importanti aziende della meccanica enologica italiana, le cui tecnologie d’avanguardia sono presenti in molte delle più importanti cantine del mondo.
Grazie al numero elevato di aziende vitivinicole, nell’area sono nate molte attività collegate al vino, che fanno oggi parte integrante del sistema Prosecco DOC, come i laboratori di analisi, le aziende fornitrici di prodotti e di servizi per l’enologia. Importante inoltre è il ruolo della Scuola Enologica di Conegliano, che assieme all’Università degli Studi di Enologia e all’Istituto Sperimentale per la Viticoltura dà vita ad uno dei poli di formazione e ricerca più importanti in ambito italiano, da cui ogni anno escono i futuri professionisti del vino. A completare il Distretto del Prosecco DOC vi è poi l’ospitalità del territorio costituita da alberghi, ristoranti, enoteche, trattorie ed agriturismi, dove un calice di preziose bollicine diviene il migliore benvenuto.

Le istituzioni scientifiche

Nella seconda metà del XIX secolo inizia la moderna storia del Prosecco DOC, un percorso che ha portato questo straordinario vino ad essere uno degli spumanti più apprezzati. Nel costruire il successo molto si deve alle istituzioni scientifiche, che hanno trasformato Conegliano in una delle capitali italiane degli studi enologici e viticoli.
Fondamentale in questo senso è stato il ruolo della Scuola Enologica, fondata nel 1876 grazie all’impegno di importanti studiosi come Antonio Carpenè e Giovanni Battista Cerletti, eredi di una tradizione di studi vitivinicoli avviatasi già dal 1600.
Istituzione legata ad alcuni dei nomi più grandi della nostra enologia, ancor oggi vi studiano i moderni tecnici del vino; fra questi molti trovano occupazione all’interno del Distretto, altri invece prestano la propria opera in tutta Italia e nel Mondo.
L’attività di formazione si è arricchita ulteriormente nel 1999 con l’attivazione del Corso di Laurea in Enologia dell’Università degli Studi di Padova.
Per quanto riguarda la ricerca, risale al 1923 la creazione dell’ Istituto Sperimentale per la Viticoltura di Conegliano, ancora oggi sede della Direzione Nazionale degli Istituti Sperimentali Vitivinicoli.
Negli ultimi anni l’attività di ricerca si è qualificata ulteriormente della presenza presso la Scuola Enologica del settore vitivinicolo di Veneto Agricoltura, struttura tecnica della Regione Veneto.
Per esprimere il meglio di sé, infatti, oltre ad un territorio particolarmente adatto, il vitigno ha richiesto un costante studio in vigneto e in cantina; è stato proprio questo insieme di istituzioni a rendere il Prosecco DOC di Conegliano Valdobbiadene uno spumante unico ed inimitabile che merita di essere tutelato e valorizzato.
Per questi scopi, nel 1962, viene fondato il Consorzio di Tutela, oggi punto di riferimento dell’intera denominazione, luogo di confronto dei produttori, volano di sviluppo e miglioramento della qualità del Prosecco DOC.
Con il riconoscimento della denominazione d’origine del 1969, Conegliano Valdobbiadene divengono anche per legge la patria del Prosecco DOC.
Il disciplinare

Il Prosecco di Conegliano-Valdobbiadene DOC nasce da una tradizione antica che si è trasformata ed adattata nei secoli, attraverso l’evoluzione delle conoscenze tecniche fino ad arrivare al vino dei giorni nostri.
Una storia codificata oggi nel Disciplinare, che regola la produzione delle uve e dei vini, fissando i principi-base in virtù dei quali un vino può fregiarsi della denominazione “Conegliano-Valdobbiadene”.


Cinque regole fondamentali


Le uve: devono provenire da vigneti dell’area delimitata per legge, iscritti all’albo della Camera di Commercio di Treviso, in cui sono riportati tutti i dati catastali che li identificano.

Le varietà: attualmente sono ammesse solo le uve di Prosecco (minimo 85%) e di Verdiso, Perera, Bianchetta e Prosecco lungo (massimo del 15%);

La vinificazione: deve essere eseguita secondo le norme previste dal Disciplinare e può avvenire solo all’interno dei comuni della zona DOC. Per il Cartizze la vinificazione può avvenire solo all’interno del comune di Valdobbiadene;

L’imbottigliamento e la spumantizzazione: possono essere eseguiti solo nelle cantine della provincia di Treviso, e Venezia per le autorizzate;

La commercializzazione: prima dell’imbottigliamento ogni partita di vino deve superare l’esame organolettico eseguito dalle commissioni di enologi della Camera di Commercio.

Cinque regole semplici ma molto precise pensate per garantire ai consumatori un’origine certa ed una qualità eccellente, che ogni produttore deve rispettare per avvalersi della denominazione “Conegliano Valdobbiadene”.




L’ospitalità del territorio e la Strada del Vino


Le colline del Prosecco DOC si presentano al visitatore come un ritmato susseguirsi di declivi ricamati di vigneti. Tra il complesso reticolo di filari si trovano numerose memorie storiche, castelli, pievi e abbazie, che raccontano la vivace storia di un’area in continua evoluzione. Molti sono i motivi per scegliere Conegliano Valdobbiadene come meta per una rilassante vacanza: a cittadine ricche di arte, storia e cultura, infatti, si affiancano numerosi alberghi, enoteche, ristoranti, trattorie e locali in cui si respirano l’accoglienza del territorio ed una lunga tradizione della buona tavola. I sapori genuini si possono ancor oggi apprezzare nei locali storici così come nei moderni ristoranti.
Anche qui il Prosecco DOC gioca un ruolo essenziale: oltre ad essere il vino del benvenuto e il vero re della tavola, ha anche promosso la nascita di una nuova forma di turismo, l’enoturismo, grazie allo sviluppo di strutture ricettive come bed & breakfast, agriturismi e foresterie, poste all’interno delle aziende vitivinicole e perfettamente integrate nell’ambiente.
Ma c’è di più: dal secolo scorso l’area del Prosecco DOC si è arricchita di itinerari tematici interamente dedicati al vino, ideati per aiutare il visitatore a scoprire le bellezze del territorio. Nel 1966 nacque infatti la Strada del Prosecco, uno dei primi itinerari del vino creati in Italia. Oggi la Strada ha una nuova dimensione, ancor più ricca e articolata: la Strada del Prosecco e Vini Colli Conegliano Valdobbiadene. L’itinerario conduce il visitatore alla scoperta del Prosecco DOC, ma anche del Colli di Conegliano e dei cru Cartizze, Torchiato e Refrontolo Passito. Lungo il percorso, ogni Comune svela tesori naturali, artistici e architettonici come ville aristocratiche, monumenti antichi, pievi e mulini. Lo scenario che, arrivando, si apre al visitatore è unico: il reticolo complesso dei vigneti domina l’alternarsi di versanti ripidi e dolci declivi. In queste terre la gente ama le proprie radici e si assaporano ancora il gusto delle tradizioni ed il piacere dell’ospitalità. E’ un territorio ricco di fascino, di attrattive storiche e artistiche, che riserva molte sorprese custodite nelle proprie vallate, dai piccoli borghi medievali agli imponenti castelli fino alle testimonianze della presenza millenaria dell’uomo. Protagonisti assoluti restano i vigneti che, con pazienza secolare, assistono al passare delle stagioni, degli anni, dei secoli.





Zona del Prosecco



Quando il vino ha il colore del topazio, un profumo inebriante ed una sapidità maliziosa ed indimenticabile già al primo assaggio, ecco che si sta parlando del Prosecco di Conegliano-Valdobbiadene.
La zona di produzione si estende nella fascia collinare della provincia di Treviso compresa tra le cittadine di Conegliano e Valdobbiadene.
Un insieme di catene collinari - con direzione est-ovest - che dalla pianura si susseguono fino alle Prealpi, ad uguale distanza dalle Dolomiti - da cui rimangono pro- tette a nord - e l’Adriatico, che influenza positivamente il clima e la natura del paesaggio.
Conegliano è la città delle istituzioni del vino e Valdobbiadene è il cuore produttivo. Venezia è a soli 50 chilometri, raggiungibile in poco più di mezz’ora in treno ed in auto.
La zona di produzione comprende il territorio di 15 comuni e si estende su un’area di circa 18.000 ettari di superficie agricola. La vite è coltivata solo nella parte più soleggiata dei colli, ad un’altitudine compresa tra i 50 e i 500 metri sul livello del mare, mentre il versante nord è spesso ricoperto di boschi.
Attualmente all’albo DOC sono iscritti più di 4300 ettari di vigneto, lavorati da 5000 produttori: di questi, 106 ettari appartengono alla sottozona del Superiore di Cartizze, da cui si ottengono ogni anno più di un milione di bottiglie di ottimo spumante.
La forte pendenza delle colline, rendendo difficile la meccanizzazione del lavoro, ha fatto sì che la conduzione dei vigneti sia rimasta quasi sempre affidata ai piccoli viticoltori.
Solo verso Conegliano vi sono poche aziende di dimensioni più rilevanti.
In cantina invece l’evoluzione è stata continua: alle quattro cooperative e alle 15 grandi case spuman- tistiche esistenti, si sono aggiunti via via numerosi nuovi vignaioli.
È proprio grazie a questo grande, pacifico esercito di uomini ed al loro amore per la propria terra che si è potuto conservare il paesaggio.
I ciglionamenti, le rampe ed i terrazzi hanno infatti plasmato nei secoli i versanti ben esposti delle colline, modificandone le caratteristiche e rendendo lo scenario ancora più suggestivo.